mercoledì 28 giugno 2017

Per il piccolo Charlie la nostra preghiera e le parole di Benedetto XVI e Giovanni Paolo II

Il 30 maggio 2008 la rivista Tempi pubblicava un articolo del quale evidenziamo il seguente passaggio:

Anche Joseph Ratzinger venne toccato nei suoi affetti familiari dalla macchina di morte del regime nazista contro “i malati o i difettosi”. Il futuro Papa aveva un cugino, poco più giovane di lui, nato con la sindrome di Down. Nel 1941– Joseph aveva 14 anni – alcuni “medici” nazisti vennero nella casa del giovinetto, nella Baviera sud-orientale, e informarono gli zii di Ratzinger sulle nuove disposizioni del Terzo Reich, norme che proibivano ai figli handicappati di rimanere coi propri genitori. Di fronte alle vibrate proteste dei familiari, gli inviati del Reich si mostrarono inflessibili: portarono via il ragazzino e nessuno lo vide mai più. Solo più tardi la famiglia ricevette la notizia che il piccolo era morto. 
Il particolare, ad oggi inedito, è stato svelato da Brennan Pursell, giovane storico americano, docente alla DeSales University in Pennsylvania che – curiosità – da protestante ha fatto il suo ingresso nella Chiesa cattolica nel monastero benedettino di Metten, nella terra di Benedetto, la Baviera. Nei due anni di ricerca per scrivere Benedict of Bavaria. An Intimate Portrait of the Pope and His Homeland (CirclePress, 240 pagine, 24,50 dollari), uscito a marzo, Pursell, grazie al suo fluente tedesco, ha potuto incontrare conoscenti e parenti di Benedetto XVI e rivelare così il particolare inedito di quella “ferita” che il regime nazista inflisse al giovane Joseph con il rapimento e la soppressione fisica del cugino Down. 


Molto significativa anche la parte relativa alla cultura della morte e all'anti-cultura della morte nel discorso di Benedetto XVI ai parroci di Roma del 2 marzo 2006:

"Ieri abbiamo dato inizio alla Quaresima. La Liturgia di oggi ci offre una profonda indicazione del significato essenziale della Quaresima: è un indicatore di strada per la nostra vita. Perciò mi sembra - parlo riferendomi a Papa Giovanni Paolo II - che dobbiamo insistere un po' sulla prima Lettura della giornata di oggi. Il grande discorso di Mosè sulla soglia della Terra Santa, dopo i quarant'anni del pellegrinaggio nel deserto, è un riassunto di tutta la Torah, di tutta la Legge. Troviamo qui l'essenziale non solo per il popolo ebraico ma anche per noi. Questo essenziale è la parola di Dio: "Io ti ho posto davanti la vita e la morte, la benedizione e la maledizione; scegli dunque la vita" (Dt 30, 19). Questa parola fondamentale della Quaresima è anche la parola fondamentale dell'eredità del nostro grande Papa Giovanni Paolo II: scegliere la vita. Questa è la nostra vocazione sacerdotale: scegliere noi stessi la vita e aiutare gli altri a scegliere la vita. Si tratta di rinnovare nella Quaresima la nostra, per così dire, "opzione fondamentale", l'opzione per la vita.
 
Ma, nasce subito la questione: come si sceglie la vita? come si fa? Riflettendo, mi è venuto in mente che la grande defezione dal Cristianesimo realizzatasi nell'Occidente negli ultimi cento anni, è stata attuata proprio in nome dell'opzione per la vita. 
È stato detto - penso a Nietzsche ma anche a tanti altri - che il Cristianesimo è una opzione contro la vita. Con la Croce, con tutti i Comandamenti, con tutti i "No" che ci propone, ci chiude la porta della vita. Ma noi, vogliamo avere la vita, e scegliamo, optiamo, finalmente, per la vita liberandoci dalla Croce, liberandoci da tutti questi Comandamenti e da tutti questi "No". Vogliamo avere la vita in abbondanza, nient'altro che la vita. Qui subito viene in mente la parola del Vangelo di oggi: "Chi vorrà salvare la propria vita, la perderà, ma chi perderà la propria vita per me, la salverà" (Lc 9, 24). Questo è il paradosso che dobbiamo innanzitutto tener presente nell'opzione per la vita. Non arrogandoci la vita per noi ma solo dando la vita, non avendola e prendendola, ma dandola, possiamo trovarla. Questo è il senso ultimo della Croce: non prendere per sé ma dare la vita.
 
Così, Nuovo e Vecchio Testamento vanno insieme. Nella prima Lettura del Deuteronomio la risposta di Dio è: "Io oggi ti comando di amare il Signore tuo Dio, di camminare per le sue vie, di osservare i suoi comandi, le sue leggi e le sue norme, perché tu viva" (30, 16). Questo, a prima vista non ci piace, ma è la strada: l'opzione per la vita e l'opzione per Dio sono identiche. Il Signore lo dice nel Vangelo di san Giovanni: "Questa è la vita eterna: che conoscano te" (Gv 17, 3). 
La vita umana è una relazione. Solo in relazione, non chiusi in noi stessi, possiamo avere la vita. E la relazione fondamentale è la relazione col Creatore, altrimenti le altre relazioni sono fragili. Scegliere Dio, quindi: questo è essenziale. Un mondo vuoto di Dio, un mondo che ha dimenticato Dio, perde la vita e cade in una cultura di morte. Scegliere la vita, fare l'opzione per la vita, quindi, è, innanzitutto, scegliere l'opzione-relazione con Dio. 
Ma, subito nasce la questione: con quale Dio? Qui, di nuovo, ci aiuta il Vangelo: con quel Dio che ci ha mostrato il suo volto in Cristo, con quel Dio che ha vinto l'odio sulla Croce, cioè nell'amore sino alla fine. Così, scegliendo questo Dio, scegliamo la vita.
 
Il Papa Giovanni Paolo II ci ha donato la grande Enciclica Evangelium vitae. In essa - è quasi un ritratto dei problemi della cultura odierna, delle speranze e dei pericoli - diviene visibile che una società che dimentica Dio, che esclude Dio e, proprio per avere la vita, cade in una cultura di morte. Proprio volendo avere la vita si dice "No" al bambino, perché mi toglie qualche parte della mia vita; si dice "No" al futuro, per avere tutto il presente; si dice "No" sia alla vita che nasce sia alla vita sofferente, che va verso la morte. Questa apparente cultura della vita diventa l'anti-cultura della morte, dove Dio è assente, dove è assente quel Dio che non ordina l'odio ma vince l'odio. Qui facciamo la vera opzione per la vita

Tutto, allora, è connesso: la più profonda opzione per Cristo Crocifisso con la più completa opzione per la vita, dal primo momento fino all'ultimo momento.
 
Questo, mi sembra, in qualche modo, anche il nucleo della nostra pastorale: aiutare a fare una vera opzione per la vita, rinnovare la relazione con Dio come la relazione che ci dà vita e ci mostra la strada per la vita. E così amare di nuovo Cristo, che dall'Essere più ignoto, al quale non arrivavamo e che rimaneva enigmatico, si è reso un Dio noto, un Dio dal volto umano, un Dio che è amore. Teniamo presente proprio questo punto fondamentale per la vita e consideriamo che in questo programma è presente tutto il Vangelo, dall'Antico al Nuovo Testamento, che ha come centro Cristo. La Quaresima, per noi stessi, dovrebbe essere il tempo per rinnovare la nostra conoscenza di Dio, la nostra amicizia con Gesù, per essere così capaci di guidare gli altri in modo convincente alla opzione per la vita, che è innanzitutto opzione per Dio. A noi stessi deve risultare chiaro che scegliendo Cristo non abbiamo scelto la negazione della vita, ma abbiamo scelto realmente la vita in abbondanza.
 
L'opzione cristiana è, in fondo, molto semplice: è l'opzione del "Sì" alla vita. Ma questo "Sì", si realizza solo con un Dio non ignoto, con un Dio dal volto umano. Si realizza seguendo questo Dio nella comunione dell'amore. 
Quanto ho fin qui detto vuol essere un modo di rinnovare il nostro ricordo nei riguardi del grande Papa Giovanni Paolo II".

Infine il testo della bellissima poesia di Giovanni Paolo II "Ci alzeremo in piedi".

Ci alzeremo in piedi ogni volta che
la vita umana viene minacciata...
Ci alzeremo ogni volta che la sacralità della vita
viene attaccata prima della nascita
Ci alzeremo e proclameremo che nessuno ha
l'autorità di distruggere la vita non nata...
Ci alzeremo quando un bambino viene visto
come un peso
o solo come un mezzo per soddisfare un'emozione
e grideremo che ogni bambino
è un dono unico e irripetibile di Dio...
Ci alzeremo quando l'istituzione del matrimonio
viene abbandonata all'egoismo umano...
e affermeremo l'indissolubilità del vincolo coniugale...
Ci alzeremo quando il valore della famiglia
è minacciato dalle pressioni sociali ed economiche...
e riaffermeremo che la famiglia è necessaria
non solo per il bene dell'individuo
ma anche per quello della società...
Ci alzeremo quando la libertà
viene usata per dominare i deboli,
per dissipare le risorse naturali e l'energia
e per negare i bisogni fondamentali alle persone
e reclameremo giustizia...
Ci alzeremo quando i deboli, gli anziani e i morenti
vengono abbandonati in solitudine
e proclameremo che essi sono degni di amore,
di cura e di rispetto.

Dedichiamo le parole di Benedetto e di Giovanni Paolo al piccolo e innocente Charlie assicurando la nostra preghiera per la sua fragile ma preziosa vita.
Il blog

lunedì 26 giugno 2017

Benedetto XVI revoca la scomunica ai vescovi Lefebvriani: si scatena una violenta campagna mediatica (docufilm del blog)



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Il 24 gennaio 2009 un comunicato della sala stampa vaticana rendeva noto che Papa Benedetto XVI, tramite un atto di misericordia, aveva deciso di togliere la scomunica ai quattro vescovi ordinati nel 1988 da Mons. Lefebvre senza il consenso di Giovanni Paolo II.
Come è noto il vescovo che ordina altri vescovi senza l'approvazione del Pontefice viene automaticamente scomunicato e, insieme a lui, i sacerdoti ordinati.
Benedetto XVI desiderava che si arrivasse a una conciliazione fra Cattolici e il passo di rimettere la scomunica era un atto di misericordia che i confratelli vescovi e cardinali avrebbero dovuto accogliere ed applaudire. Ciò non avvenne! I media internazionali scatenarono contro Papa Benedetto una campagna mediatica particolarmente violenta ma furono aiutati e sostenuti da una numerosa "flotta" di sacerdoti, vescovi e cardinali che, quando non attaccavano direttamente la decisione di Benedetto XVI, facevano a gara per prenderne le distanze.
Il Papa scrisse una straordinaria lettera ai vescovi cattolici, sicuramente una pietra miliare del suo Pontificato, e avviò i colloqui dottrinali per raggiungere la piena unità fra i seguaci di Mons. Lefebvre e la chiesa cattolica.
Il 28 febbraio 2013 si concludeva il luminoso Pontificato di Benedetto.
Negli ultimi mesi (fra il 2016 e il 2017) voci sempre più insistenti parlano di una riconciliazione completa fra i Lefebvriani ai quali dovrebbe essere concessa una "prelatura personale" (come quella per l'Opus Dei). Siamo quindi tornati nella medesima situazione del 2009: atto di misericordia, dialogo, addirittura concessione di uno status giuridico. NON UNA VOCE CRITICA si sta levando né all'interno della chiesa né sui media. La domanda è: perché? Come mai tanto livore, tanta cattiveria, tante offese nei confronti di Benedetto XVI e ora "odiamo solo silenzi"? 
Ripercorriamo, grazie allo straordinario lavoro di Gemma, i mesi successivi alla revoca della scomunica e riflettiamo sul modo di comportarsi dei giornalisti ma soprattutto degli uomini di chiesa. 
Qui non si tratta di auspicare che sia riservato anche ad altri il trattamento subìto da Papa Ratzinger ma di imparare a farsi e a fare qualche domanda scomoda.
Lo speciale del blog sulla revoca della scomunica ai Lefebvriani è consultabile qui.

martedì 20 giugno 2017

Dubia, un'altra lettera dei quattro cardinali rimasta senza risposta (Magister)

Clicca qui per leggere il commento e il testo della lettera.
Qui un post di Marco Tosatti.
Domandare è lecito rispondere è cortesia...dice il saggio.

Approfitto di questo post per ribadire che provo un profondo disagio (ma non è la parola giusta...) per una cei e un vaticano che entrano sempre più in politica assumendosi un ruolo che a essi non compete. Spetta allo Stato stabilire la legge sulla cittadinanza. Dal momento che in vaticano non risulta esserci una normativa sullo ius soli, che possa dare il buon esempio a noi Italiani, consiglierei maggiore prudenza.
Mi piacerebbe sentire meno politica e più misericordia per le tante sofferenze patite dalle vittime degli attentati di matrice islamica e magari un appello per il piccolo Charlie, bimbo innocente.
Personalmente ho sempre pensato che la chiesa e il vaticano potessero parlare di qualunque argomento, ma qui sembra che ci si occupi solo di materie che piacciono alla gente che piace escludendo i cittadini e, fra di essi, i fedeli. Questo spiegherebbe anche la disaffezione sempre più marcata verso le celebrazioni, le udienze ecc. ecc. ecc.
Per non parlare dell'otto per mille...
R.

sabato 17 giugno 2017

Un applauso a Marco Tosatti senza ulteriori commenti (R.)

Clicca qui per leggere il commento.
Non aggiungo altri commenti perchè approvo dalla prima lettera maiuscola all'ultimo puntino di sospensione.

giovedì 15 giugno 2017

Non vorremmo pensare male ma ci chiediamo: come mai Benedetto XVI è scomparso? (R.)

Cari amici,
ho riflettuto a lungo prima di scrivere questo post. Ho letto vari commenti anche sui social e credo che la regola base sia quella di non pensare subito al peggio. Tuttavia ci si chiede come mai Benedetto XVI non compaia più nemmeno in fotografia da un po' di tempo e precisamente da quando sono divampate (inutilmente) le polemiche sulla sua postfazione al libro del card. Sarah.
Non vorremmo fare 2+2 e saltare subito alle conclusioni (anche perchè sembra che 2+2 non faccia più 4 e che il Diavolo sia una sorta di invenzione), ma qualche domanda ci sorge spontanea.
Innanzitutto ci auguriamo che Benedetto stia bene e che l'eventuale scelta di prendersi qualche settimana di riposo, non ricevendo ospiti, sia frutto di una sua decisione e non di qualche "suggerimento" altrui.
Speriamo di avere al più presto qualche risposta.
Oggi è la Solennità del Corpus Domini che, per la prima volta, non sarà celebrata a Roma. La Santa Messa e la Processione sono state rinviate a domenica, come si usa fare in Italia. Peccato che il nostro Paese non sia il centro del mondo ma tant'è. Ho letto che lo spostamento permetterà una maggiore affluenza di fedeli. Non ne vedo la ragione onestamente visto che la chiesa non dovrebbe guardare solo ai numeri. Inoltre con Papa Benedetto non ci sono mai stati questi problemi come ben testimoniato dai due video seguenti. R. 

2005
2008

domenica 11 giugno 2017

Benedetto XVI a Genova: coltivate una fede pensata, capace di dialogare in profondità con tutti (YouTube)



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Il 18 maggio 2008, in occasione della sua Visita Pastorale a Savona e Genova, Benedetto XVI celebrò la Santa Messa nel capoluogo ligure davanti a 100mila fedeli. Riascoltiamo e rileggiamo la bellissima omelia che ci fa riflettere su molti aspetti teologici. Grazie a Gemma per l'ennesimo regalo :-)


CONCELEBRAZIONE EUCARISTICA IN PIAZZA DELLA VITTORIA A GENOVA

OMELIA DI SUA SANTITÀ BENEDETTO XVI

Domenica, 18 maggio 2008
    
Cari fratelli e sorelle,

al termine di un’intensa giornata trascorsa in questa vostra Città, ci ritroviamo uniti attorno all’altare per celebrare l’Eucaristia, nella solennità della Santissima Trinità
Da questa centrale Piazza della Vittoria, che ci accoglie per la corale azione di lode e di ringraziamento a Dio con cui si chiude la mia visita pastorale, invio il più cordiale saluto all’intera comunità civile ed ecclesiale di Genova. Con affetto saluto, in primo luogo, l’Arcivescovo, il Cardinale Angelo Bagnasco, che ringrazio per la cortesia con cui mi ha accolto e per le toccanti parole che mi ha rivolto all’inizio della Santa Messa. Come non salutare poi il Cardinale Tarcisio Bertone, mio Segretario di Stato, già Pastore di questa antica e nobile Chiesa? A lui il mio grazie più sentito per la sua vicinanza spirituale e per la sua preziosa collaborazione. Saluto poi il Vescovo Ausiliare, Mons. Luigi Ernesto Palletti, i Vescovi della Liguria e gli altri Presuli. Rivolgo il mio deferente pensiero alle Autorità civili, alle quali sono grato per la loro accoglienza e per il fattivo sostegno che hanno prestato alla preparazione e allo svolgimento di questo mio pellegrinaggio apostolico. In particolare saluto il Ministro Claudio Scaiola in rappresentanza del nuovo Governo, che proprio in questi giorni ha assunto le sue piene funzioni al servizio dell’amata Nazione italiana. Mi rivolgo poi con viva riconoscenza ai sacerdoti, ai religiosi e alle religiose, ai diaconi, ai laici impegnati, ai seminaristi, ai giovani. A tutti voi, cari fratelli e sorelle, il mio saluto affettuoso. Estendo il mio pensiero a quanti non hanno potuto essere presenti, in modo speciale agli ammalati, alle persone sole e a quanti si trovano in difficoltà. Affido al Signore la città di Genova e tutti i suoi abitanti in questa solenne Concelebrazione eucaristica, che, come ogni domenica, ci invita a partecipare in modo comunitario alla duplice mensa della Parola di Verità e del Pane di Vita eterna.
Abbiamo ascoltato, nella prima Lettura (Es 34,4b-6.8-9), un testo biblico che ci presenta la rivelazione del nome di Dio. E’ Dio stesso, l’Eterno e l’Invisibile, che lo proclama, passando davanti a Mosè nella nube, sul monte Sinai. E il suo nome è: “Il Signore, Dio misericordioso e pietoso, lento all’ira e ricco di grazia e di fedeltà”. San Giovanni, nel nuovo Testamento, riassume questa espressione in una sola parola: “Amore” (cfr 1 Gv 4,8.16). Lo attesta anche il Vangelo odierno: “Dio ha tanto amato il mondo da dare il suo Figlio unigenito” (Gv 3,16). Questo nome esprime dunque chiaramente che il Dio della Bibbia non è una sorta di monade chiusa in se stessa e soddisfatta della propria autosufficienza, ma è vita che vuole comunicarsi, è apertura, relazione. Parole come “misericordioso”, “pietoso”, “ricco di grazia” ci parlano tutte di una relazione, in particolare di un Essere vitale che si offre, che vuole colmare ogni lacuna, ogni mancanza, che vuole donare e perdonare, che desidera stabilire un legame saldo e duraturo. La Sacra Scrittura non conosce altro Dio che il Dio dell’Alleanza, il quale ha creato il mondo per effondere il suo amore su tutte le creature (cfr Messale Romano, Pregh. Euc. IV) e che si è scelto un popolo per stringere con esso un patto nuziale, farlo diventare una benedizione per tutte le nazioni e così formare dell’intera umanità una grande famiglia (cfr Gn 12,1-3; Es 19,3-6). Questa rivelazione di Dio si è pienamente delineata nel Nuovo Testamento, grazie alla parola di Cristo. Gesù ci ha manifestato il volto di Dio, uno nell’essenza e trino nelle persone: Dio è Amore, Amore Padre - Amore Figlio - Amore Spirito Santo. Ed è proprio nel nome di questo Dio che l’apostolo Paolo saluta la comunità di Corinto, e saluta tutti noi: “La grazia del Signore Gesù Cristo, l’amore di Dio [Padre] e la comunione dello Spirito Santo siano con tutti voi” (2 Cor 13,13).
C’è dunque, in queste Letture, un contenuto principale che riguarda Dio, e in effetti la festa di oggi ci invita a contemplare Lui, il Signore, ci invita a salire in un certo senso “sul monte” come fece Mosè. Questo sembra a prima vista portarci lontano dal mondo e dai suoi problemi, ma in realtà si scopre che proprio conoscendo Dio più da vicino si ricevono anche le indicazioni fondamentali per questa nostra vita: un po’ come accadde a Mosè, che salendo sul Sinai e rimanendo alla presenza di Dio ricevette la legge incisa sulle tavole di pietra, da cui il popolo trasse la guida per andare avanti, per trovare la libertà e per formarsi come popolo in libertà e giustizia. Dal nome di Dio dipende la nostra storia; dalla luce del suo volto il nostro cammino.
Da questa realtà di Dio, che Egli stesso ci ha fatto conoscere rivelandoci il suo “nome”, cioè il suo volto, deriva una certa immagine di uomo, cioè il concetto di persona. Se Dio è unità dialogica, essere in relazione, la creatura umana, fatta a sua immagine e somiglianza, rispecchia tale costituzione: essa pertanto è chiamata a realizzarsi nel dialogo, nel colloquio, nell’incontro: è un essere in relazione. In particolare, Gesù ci ha rivelato che l’uomo è essenzialmente “figlio”, creatura che vive nella relazione con Dio Padre, e così in relazione con tutti i suoi fratelli e sorelle. 
L’uomo non si realizza in un’autonomia assoluta, illudendosi di essere Dio, ma, al contrario, riconoscendosi quale figlio, creatura aperta, protesa verso Dio e verso i fratelli, nei cui volti ritrova l’immagine del Padre comune. 
Si vede bene che questa concezione di Dio e dell’uomo sta alla base di un corrispondente modello di comunità umana, e quindi di società. E’ un modello che sta prima di ogni regolamentazione normativa, giuridica, istituzionale, ma direi anche prima delle specificazioni culturali; un modello di umanità come famiglia, trasversale a tutte le civiltà, che noi cristiani esprimiamo affermando che gli uomini sono tutti figli di Dio e quindi tutti fratelli. Si tratta di una verità che sta fin dal principio dietro di noi e al tempo stesso ci sta sempre davanti, come un progetto a cui sempre tendere in ogni costruzione sociale.
Ricchissimo è il Magistero della Chiesa che si è sviluppato a partire proprio da questa visione di Dio e dell’uomo. Basta percorrere i capitoli più importanti della Dottrina Sociale della Chiesa, a cui hanno dato apporti sostanziali i miei venerati Predecessori, in particolare negli ultimi centovent’anni, facendosi autorevoli interpreti e guide del movimento sociale di ispirazione cristiana. Vorrei qui oggi menzionare solo la recente Nota pastorale dell’Episcopato italiano “Rigenerati per una speranza viva”: testimoni del grande “sì” di Dio all’uomo (29.VI.2007). Questa Nota propone due priorità: anzitutto, la scelta del “primato di Dio”: tutta la vita e l’opera della Chiesa dipendono dal mettere al primo posto Dio, ma non un Dio generico, bensì il Signore con il suo nome e il suo volto, il Dio dell’Alleanza che ha fatto uscire il popolo dalla schiavitù d’Egitto, ha risuscitato Cristo dai morti e vuole condurre l’umanità alla libertà nella pace e nella giustizia. L’altra scelta è quella di porre al centro la persona e l’unità della sua esistenza, nei diversi ambiti in cui si dispiega: la vita affettiva, il lavoro e la festa, la fragilità sua propria, la tradizione, la cittadinanza. Il Dio uno e trino e la persona in relazione: questi sono i due riferimenti che la Chiesa ha il compito di offrire ad ogni generazione umana, quale servizio alla costruzione di una società libera e solidale. La Chiesa lo fa certamente con la sua dottrina, ma soprattutto mediante la testimonianza, che non per nulla è la terza scelta fondamentale dell’Episcopato italiano: testimonianza personale e comunitaria, in cui convergono vita spirituale, missione pastorale e dimensione culturale.
In una società tesa tra globalizzazione e individualismo, la Chiesa è chiamata ad offrire la testimonianza della koinonìa, della comunione. Questa realtà non viene “dal basso” ma è un mistero che ha, per così dire, le “radici in cielo”: proprio in Dio uno e trino. E’ Lui, in se stesso, l’eterno dialogo d’amore che in Gesù Cristo si è comunicato a noi, è entrato nel tessuto dell’umanità e della storia per condurle alla pienezza
Ed ecco allora la grande sintesi del Concilio Vaticano II: la Chiesa, mistero di comunione, “è in Cristo come un sacramento, cioè segno e strumento dell’intima unione con Dio e dell’unità di tutto il genere umano” (Cost. Lumen gentium, 1). Anche qui, in questa grande Città, come pure nel suo territorio, con la varietà dei rispettivi problemi umani e sociali, la Comunità ecclesiale, oggi come ieri, è prima di tutto il segno, povero ma vero, di Dio Amore, il cui nome è impresso nell’essere profondo di ogni persona e in ogni esperienza di autentica socialità e solidarietà.
Dopo queste riflessioni, cari fratelli, vi lascio alcune esortazioni particolari. Abbiate cura della formazione spirituale e catechistica, una formazione “sostanziosa”, più che mai necessaria per vivere bene la vocazione cristiana nel mondo di oggi. Lo dico agli adulti e ai giovani: coltivate una fede pensata, capace di dialogare in profondità con tutti, con i fratelli non cattolici, con i non cristiani e i non credenti. Portate avanti la vostra generosa condivisione con i poveri e i deboli, secondo l’originaria prassi della Chiesa, attingendo sempre ispirazione e forza dall’Eucaristia, sorgente perenne della carità
Incoraggio con affetto speciale i seminaristi e i giovani impegnati in un cammino vocazionale: non abbiate timore, anzi, sentite l’attrattiva delle scelte definitive, di un itinerario formativo serio ed esigente. Solo la misura alta del discepolato affascina e dà gioia. Esorto tutti a crescere nella dimensione missionaria, che è co-essenziale alla comunione. La Trinità infatti è al tempo stesso unità e missione: quanto più intenso è l’amore, tanto più forte è la spinta ad effondersi, a dilatarsi, a comunicarsi. Chiesa di Genova, sii unita e missionaria, per annunciare a tutti la gioia della fede e la bellezza di essere Famiglia di Dio. Il mio pensiero si allarga alla Città intera, a tutti i Genovesi e a quanti vivono e lavorano in questo territorio. Cari amici, guardate al futuro con fiducia e cercate di costruirlo insieme, evitando faziosità e particolarismi, anteponendo ai pur legittimi interessi particolari il bene comune.
Vorrei concludere con un augurio che riprendo dalla stupenda preghiera di Mosè, che abbiamo ascoltato nella prima Lettura: il Signore cammini sempre in mezzo a voi e faccia di voi la sua eredità (cfr Es 34,9). Ve lo ottenga l’intercessione di Maria Santissima, che i Genovesi, in patria e nel mondo intero, invocano quale Madonna della Guardia. Con il suo aiuto e con quello dei Santi Patroni di questa vostra amata Città e Regione, la vostra fede e le vostre opere siano sempre a lode e gloria della Santissima Trinità. Seguendo l’esempio dei Santi di questa terra siate una comunità missionaria: in ascolto di Dio e al servizio degli uomini! Amen.

© Copyright 2008 - Libreria Editrice Vaticana

mercoledì 7 giugno 2017

Card. Sarah: «Diabolico chi ha attaccato Benedetto XVI: demolisce la Chiesa»

Clicca qui per leggere il bellissimo articolo segnalatoci da Alessia.
Grazie di vero cuore al card. Sarah. Preghiamo per lui e chissà che un giorno...
R.

Benedetto XVI al Cenacolo: Nell'Eucaristia noi siamo attratti nel mistero dell’amore divino (YouTube)



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Il 12 maggio 2009, in occasione del suo Pellegrinaggio in Terra Santa, Benedetto XVI si recò al Cenacolo dove tenne un discorso fondamentale sul significato dell'Eucarestia, sull'ecumenismo fra Cristiani e sulla presenza del Cristianesimo in Medio Oriente.
Grazie di cuore a Gemma per avere trovato questa pietra miliare e per l'impegno nell'inserire i sottotitoli :-)
Ecco il discorso integrale:


PREGHIERA DEL REGINA CÆLI 

CON GLI ORDINARI DI TERRA SANTA


PAROLE DEL SANTO PADRE BENEDETTO XVI

Cenacolo di Gerusalemme  

Martedì, 12 maggio 2009


Cari Fratelli Vescovi,
Caro Padre Custode,

é con grande gioia che vi saluto, Ordinari della Terra Santa, in questo Cenacolo dove, secondo la tradizione, il Signore aprì il suo cuore ai discepoli da Lui scelti e celebrò il Mistero Pasquale, e dove lo Spirito Santo nel giorno di Pentecoste ispirò i primi discepoli ad uscire e a predicare la Buona Novella
Ringrazio Padre Pizzaballa per le calorose parole di benvenuto che mi ha rivolto a vostro nome. Voi rappresentate le comunità cattoliche della Terra Santa che, nella loro fede e devozione, sono come delle candele accese che illuminano i luoghi santi, favoriti un tempo dalla presenza di Gesù, il nostro Signore vivente. Questo singolare privilegio dà a voi e al vostro popolo un posto speciale nel mio cuore come Successore di Pietro. 
"Quando Gesù seppe che la sua ora era venuta di passare da questo mondo al Padre, avendo amato i suoi che erano nel mondo, li amò sino alla fine" (Gv 13,1). 
Il Cenacolo ricorda l'Ultima Cena di nostro Signore con Pietro e gli altri Apostoli ed invita la Chiesa ad orante contemplazione. Con questo stato d’animo ci ritroviamo insieme, il Successore di Pietro con i Successori degli Apostoli, in questo stesso luogo dove Gesù rivelò nell'offerta del suo corpo e del suo sangue le nuove profondità dell'alleanza di amore stabilita tra Dio e il suo popolo. 
Nel Cenacolo il mistero di grazia e di salvezza, del quale siamo destinatari ed anche araldi e ministri, può essere espresso solamente in termini di amore. Poiché Egli ci ha amati per primo e continua ad amarci, noi possiamo rispondere con l’amore (cfr Deus caritas est, 2). 
La nostra vita come cristiani non è semplicemente uno sforzo umano di vivere le esigenze del Vangelo imposte a noi come doveri. Nell'Eucaristia noi siamo attratti nel mistero dell’amore divino. 
Le nostre vite diventano un'accettazione grata, docile ed attiva del potere di un amore che ci viene donato. Questo amore trasformante, che è grazia e verità (cfr Gv 1,17), ci sollecita, come individui e come comunità, a superare la tentazione di ripiegarci su noi stessi nell'egoismo o nell’indolenza, nell’isolamento, nel pregiudizio o nella paura, e a donarci generosamente al Signore ed agli altri. Questo ci porta come comunità cristiane ad essere fedeli alla nostra missione con franchezza e coraggio (cfr At 4,13). Nel Buon Pastore che dona la sua vita per il suo gregge, nel Maestro che lava i piedi ai suoi discepoli, voi, miei cari Fratelli, trovate il modello del vostro stesso ministero nel servizio del nostro Dio che promuove amore e comunione.
L’invito alla comunione di mente e di cuore, così strettamente collegato col comandamento dell’amore e col centrale ruolo unificante dell'Eucaristia nelle nostre vite, è di speciale rilevanza nella Terra Santa. 
Le diverse Chiese cristiane che qui si trovano rappresentano un patrimonio spirituale ricco e vario e sono un segno delle molteplici forme di interazione tra il Vangelo e le diverse culture. Esse ci ricordano anche che la missione della Chiesa è di predicare l'amore universale di Dio e di riunire da lontano e da vicino tutti quelli che sono chiamati da Lui, in modo che, con le loro tradizioni ed i loro talenti, formino l’unica famiglia di Dio. Un nuovo impulso spirituale verso la comunione nella diversità nella Chiesa Cattolica ed una nuova consapevolezza ecumenica hanno segnato il nostro tempo, specialmente a partire dal Concilio Vaticano Secondo. Lo Spirito conduce dolcemente i nostri cuori verso l'umiltà e la pace, verso l'accettazione reciproca, la comprensione e la cooperazione. Questa disposizione interiore all’unità sotto l’impulso dello Spirito Santo è decisiva perché i Cristiani possano realizzare la loro missione nel mondo (cfr Gv 17, 21).
Nella misura in cui il dono dell’amore è accettato e cresce nella Chiesa, la presenza cristiana nella Terra Santa e nelle regioni vicine sarà incisiva. Questa presenza è di importanza vitale per il bene della società nel suo insieme. Le parole chiare di Gesù sull'intimo legame tra l’amore di Dio e l’amore del prossimo, sulla misericordia e sulla compassione, sulla mitezza, la pace e il perdono sono un lievito capace di trasformare i cuori e plasmare i comportamenti. I Cristiani nel Medio Oriente, insieme alle altre persone di buona volontà, stanno contribuendo, come cittadini leali e responsabili, nonostante le difficoltà e le restrizioni, alla promozione ed al consolidamento di un clima di pace nella diversità
Mi piace ripetere ad essi quello che affermai nel Messaggio di Natale del 2006 ai cattolici nel Medio Oriente: “Esprimo con affetto la mia personale vicinanza in questa situazione di insicurezza umana, di sofferenza quotidiana, di paura e di speranza che state vivendo. Ripeto alle vostre comunità le parole del Redentore: ‘Non temere, piccolo gregge, perché al Padre vostro è piaciuto dare a voi il Regno' (Lc 12,32). " (Messaggio di Natale di Sua Santità Papa Benedetto XVI ai cattolici che vivono nella Regione del Medio Oriente, 21 dicembre 2006). 
Cari Fratelli Vescovi, contate sul mio appoggio ed incoraggiamento nel fare tutto quello che è in vostro potere per aiutare i nostri fratelli e sorelle Cristiani a rimanere e ad affermarsi qui nella terra dei loro antenati ed essere messaggeri e promotori di pace. Apprezzo i vostri sforzi di offrir loro, come a cittadini maturi e responsabili, assistenza spirituale, valori e principi che li aiutino nello svolgere il loro ruolo nella società. Mediante l’istruzione, la preparazione professionale ed altre iniziative sociali ed economiche la loro condizione potrà essere sostenuta e migliorata. 
Da parte mia, rinnovo il mio appello ai nostri fratelli e sorelle di tutto il mondo a sostenere e ricordare nelle loro preghiere le comunità cristiane della Terra Santa e del Medio Oriente. In questo contesto desidero esprimere il mio apprezzamento per il servizio offerto ai molti pellegrini e visitatori che vengono in Terra Santa in cerca di ispirazione e rinnovamento sulle orme di Gesù. La storia del Vangelo, contemplata nel suo ambiente storico e geografico, diviene viva e ricca di colore, e si ottiene una comprensione più chiara del significato delle parole e dei gesti del Signore. Molte memorabili esperienze di pellegrini della Terra Santa sono state possibili grazie anche all’ospitalità e alla guida fraterna offerte da voi, specialmente dai Frati francescani della Custodia. Per questa servizio, vorrei assicurarvi l'apprezzamento e la gratitudine della Chiesa Universale ed esprimo il desiderio che, nel futuro, pellegrini in numero ancora maggiore vengano qui in visita.
Cari Fratelli, nell’indirizzare insieme la nostra gioiosa preghiera a Maria, Regina del Cielo, mettiamo con fiducia nelle sue mani il benessere e il rinnovamento spirituale di tutti i Cristiani in Terra Santa, così che, sotto la guida dei loro Pastori, possano crescere nella fede, nella speranza e nella carità, e perseverare nella loro missione di promotori di comunione e di pace.

© Copyright 2009 - Libreria Editrice Vaticana

venerdì 2 giugno 2017

11 settembre 2011: le Frecce Tricolori salutano Benedetto XVI ad Ancona (YouTube)



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Al termine della celebrazione eucaristica ad Ancona, in occasione della conclusione del Congresso Eucaristico Nazionale (11 settembre 2011), le Frecce Tricolori salutano Papa Benedetto XVI e la folla di fedeli presenti alla Santa Messa.
Grazie a Gemma per il bellissimo regalo e buona Festa della Repubblica a tutti :-)
Raffaella

giovedì 1 giugno 2017

Abbattere i bastioni, seppellire Benedetto XVI e Giovanni Paolo II. Un'analisi di cosa sta avvenendo

Clicca qui per leggere la traduzione di ampi stralci dell'articolo di Matthew Schmitz dal titolo Burying Benedict (Seppellire Benedetto). Grazie ad Alessia per la segnalazione.

Nella chiesa della misericordia possono parlare tutti purché elogino il nuovo corso (Raffaella)

Carissimi amici,
devo confessare che da qualche giorno leggo articoli e commenti che riferiscono di attacchi diretti a Papa Benedetto XVI provenienti non dall'uomo della carta stampata o da teologi più o meno famosi, ma direttamente dalle alte gerarchie della chiesa.
Non sono intervenuta subito perché ho voluto concedere il beneficio del dubbio. Pensavo sinceramente che l'espressione "pastori che si devono congedare bene" fosse diretta a tutti i vescovi e non solo ad alcuni.
Oggi però mi rendo conto che probabilmente sono stata troppo "magnanima" visto che persone molto più esperte di cose vaticane rispetto alla sottoscritta hanno dato tutta un'altra interpretazione di certe parole. Evidentemente sono in molti a pensare che Benedetto XVI debba starsene zitto e buono, presentarsi solo in determinate occasioni (ovviamente se invitato altrimenti può starsene in monastero) e, soprattutto, non permettersi di dire o scrivere mezza parola che possa suonare come elogio a cardinali troppo legati alla liturgia, alla dottrina e in generale alla Tradizione della Chiesa.
Pietra dello scandalo la postfazione del Papa Emerito al libro intervista del card. Sarah. Ma come ha osato? Come si permette di intervenire? Non si è dimesso? E allora stia zitto! 
Abbiamo letto tutti le affermazioni del famoso teologo.
Che bella questa chiesa della misericordia, questa associazione della brezza primaverile dove tutti possono parlare a condizione di adeguarsi all'opinione corrente. Guarda caso quest'ultima coincide con la vulgata mediatica. Eccheccaso, direbbe qualcuno!
Oggi è tutta una misericordia in fiore mentre prima la chiesa era oscurantista, cattiva, poco misericordiosa, distante dai problemi della "gggente". Eppure in quella chiesa così arcigna tutti avevano il diritto di parlare, a ciascuno era consentita questa o quella ospitata televisiva, questo o quel commento sui giornali. Nella chiesa cattiva c'era persino spazio per il "clan" di San Gallo.
Nella chiesa dei Papi cattivi gli arcivescovi emeriti avevano diritto di parola e potevano permettersi persino di definirsi ante-Papa. Non era forse un vescovo emerito colui che disse una cosa del genere? Che cosa succederebbe se oggi uno dei quattro cardinali dei "dubia" dicesse una cosa così grave?
E non è forse un Prefetto emerito colui che è stato definito "grande teologo" fin dal primo Angelus del nuovo Pontificato?
E non è magari un arcivescovo emerito anche il card. Danneels, gran consigliere del nuovo corso?
Il problema quindi non sta nell'essere vescovo in carica o vescovo in congedo. Conta solo ciò che si dice e soprattutto se si è allineati o meno. C'è una sola parola che definisce tutto ciò e di certo non è misericordia. Ovviamente non aspettiamoci che i grandi media levino la propria voce a difesa del diritto di parola perchè sarebbe chiedere troppo.
Francamente provo imbarazzo per una chiesa che non rispetta le opinioni altrui, soprattutto se provengono da persone sagge e con grande esperienza e fede.
Vale per Papa Benedetto ma anche per tutti i vescovi, emeriti e non, a cui si vorrebbe togliere la parola perchè osano non pensarla secondo la moda corrente. 
Forse si desidera una chiesa in cui ciascuno parla per dare ragione all'altro. Va benissimo ma dov'è il famoso dialogo? Dov'è il confronto? Chiameremo la Sciarelli per chiedere notizie...
A proposito: come mai Chi l'ha visto ha smesso di occuparsi di casi scomodi come quello di Emanuela Orlandi? Eccheccaso...
R.

Peppone, don Camillo e le legnate dei misericordiosi (Valli)

Clicca qui per leggere l'articolo.
E io che avevo concesso il beneficio del dubbio...

sabato 20 maggio 2017

L'eccessivo nervosismo non è mai buon consigliere...

Clicca qui per leggere il commento di Riccardo Cascioli su Grillo e Maradiaga.
Il nervosismo è sotto gli occhi di tutti. Purtroppo per gli araldi del nuovo corso non è buon consigliere...
R.

Benedetto XVI a Fumone, Burke a Campo dei Fiori. A qualcuno stanno saltando i nervi (Tosatti)

Clicca qui per leggere il commento da sottoscrivere dall'inizio alla fine.

Cari "avvocati" del nuovo corso, Ratzinger potrebbe chiamarsi "Pinco" e abitare in "Siberia" ma nulla cambierebbe...(Raffaella)

Carissimi Amici,
in questi giorni aleggia un palpabile e non più contenibile nervosismo fra gli "avvocati in servizio permanente armato" nella difesa della "primavera ecclesiale", sorta magicamente nel 2013, e del nuovo corso vaticano.
Sono mesi che questa inquietudine di pochi "illuminati" serpeggia sul web. Perché sul web? Per un motivo molto semplice: i media tradizionali hanno fatto (e stanno facendo) di tutto per far credere all'ingenuo lettore che tutto proceda per il meglio quando, invece, la situazione è ben diversa.
Dopo la prima fase di "accecamento collettivo", al quale molti hanno comunque resistito, a poco a poco gli interrogativi hanno cominciato a farsi strada e non solo sul web e non solo presso quei cattivoni dei cattolici tradizionalisti. Anche il fedele comune ha iniziato a porsi qualche domanda. Peccato che non abbia mai trovato una risposta :-)
E' però da qualche mese che gli "avvocati" percepiscono che nemmeno la grande benevolenza dei media riesce più a imporre una certa visione idilliaca dei fatti.
Ci sono stati poi tre episodi recentissimi che hanno, per così dire, fatto saltare il "tappo" e dato libero sfogo a certe dichiarazioni poco "misericordiose".
Innanzitutto le parole "al volo" sulle apparizioni di Medjugorje.
Comunque la si pensi su ciò che è accaduto e accade in quel luogo così amato da tanti cattolici, non si può negare che certe espressioni abbiano ferito molte persone. Nonostante l'opera dei "pompieri", la durezza di certi giudizi (misericordiosi?) ha colpito molti cattolici. Nonostante l'azione di "sorvolamento" di tanti media, il messaggio è arrivato chiaro ai più. E lo stupore unito all'incredulità scava nella roccia.
C'è poi stato il saggio di Germano Dottori pubblicato dalla rivista Limes a proposito della rinuncia di Benedetto XVI.
Sorprendentemente in alcuni punti il commento riprende posizioni e riflessioni avanzate da tempo da alcuni settori della chiesa. Stavolta però non si tratta di "visioni fantasiose" di quei cattivoni dei tradizionalisti.
E se lo dice "Limes"...
Infine la postfazione di Benedetto XVI al libro-intervista del card. Sarah.
Ovviamente gli "avvocati" non sono più riusciti a contenere il loro disappunto. Il testo ha dato l'occasione per sfogare il proprio disappunto. Non solo: è stato possibile prendersela con Ratzinger e Sarah in un colpo solo.
Espressione massima del malcontento è questa intervista a Grillo (non Beppe...) che però è solo il punto di arrivo di tutta una serie di "detti e non detti" circolanti nei social da mesi ormai. Non commenterò l'intervista perché, come si usa dire, si commenta da sola.
In sostanza molti teorici della misericordia (per tutti tranne che per Benedetto e per chi gli vuole bene...e sono sempre di più) auspicano da tempo che Joseph Ratzinger taccia per sempre. Non solo: criticano il fatto che egli, quando era ancora Papa (e questo particolare va sottolineato!), abbia deciso di rimanere in Vaticano e di non trasferirsi nel punto più inaccessibile della Terra. La circostanza che Marte non sia ancora abitabile sembra essere un ostacolo insormontabile :-)
Potrebbero sempre chiedere all'agente Mulder di "X Files" se gli alieni hanno qualche astronave a disposizione per un viaggio intergalattico.
Altro motivo di critica è la scelta, fatta sempre quanto Benedetto era ancora Pontefice, di farsi chiamare Papa Emerito e di conservare il suo nome da Papa.
Ciò che i teorici della misericordia non hanno ancora capito è che Joseph Ratzinger può farsi chiamare vescovo emerito di Roma, padre Joseph, padre Benedetto, Ignazio o anche Pinco e può anche trasferirsi in Siberia o in "Papuasia" ma nulla cambierebbe.
Potrebbe anche smettere di scrivere e di parlare (come se scrivesse e parlasse tanto...) ma nulla cambierebbe.
E' comodo prendersela con Benedetto XVI, scaricare su di lui la delusione per il fatto che non tutti sono entusiasti dei nuovi corsi primaverili.
Addirittura si è arrivati a "benedire" il ritorno dei Lefebvriani in chiave "antiratzingeriana".
La verità è che Papa Benedetto non c'entra nulla con quanto sta accadendo nella chiesa. Le cause della crisi non sono da ricercarsi certamente nella presenza del Papa Emerito in Vaticano, nel fatto che si chiami ancora Benedetto XVI e, tanto meno, nel fatto che ogni tanto parli o scriva.
Sono da cercare altrove i motivi del progressivo allontanamento di tanti cattolici. Certo! E' più comodo attaccare Ratzinger (come sempre!) piuttosto che guardare in faccia i veri problemi. Come mai le critiche sono sempre più accese nonostante la cortina fumogena mediatica? Come mai l'otto per mille mostra clamorosi cedimenti quando tutti erano convinti di una ripresa a partire dal 2013? Come mai si giunge addirittura a pubblicizzare l'Obolo di San Pietro sui social? Come mai la voce della chiesa è sempre più irrilevante nonostante il consenso e l'appoggio di stampa e televisione? Come mai la frequenza alla Messa domenicale e l'accostamento ai Sacramenti stanno subendo cali mai visti prima? E soprattutto: come mai tanti cattolici sentono il bisogno costante di riscoprire la bellezza del Magistero di Pontefici come Giovanni Paolo II e Benedetto XVI?
Ci ricordiamo quante volte Benedetto ha citato il suo predecessore? Non perdeva mai occasione di ricordarlo con affetto e di additarlo come esempio. 
Non mi pare che Ratzinger sia altrettanto citato eppure i cattolici vanno alla ricerca delle perle del suo Pontificato e anche dei testi da teologo e cardinale. Non dimentichiamo che come "grande teologo" fu citato da subito Kasper e non certo il Papa Emerito.
Tutto ciò per dire che è inutile stracciarsi le vesti: anche se Benedetto scomparisse dalla faccia della Terra nulla cambierebbe! I problemi resterebbero lì. Dirò di più: forse sarebbero anche più gravi.
Comunque i cultori della misericordia a senso unico possono sempre sperare e/o chiedere alla più alta autorità di privare Ratzinger del titolo di Papa Emerito, di inviarlo in Alaska o di imporgli il silenzio. Sappiano però che non cambierebbe nulla...anzi!
Raffaella

venerdì 19 maggio 2017

Il testo della postfazione di Benedetto XVI al libro-intervista del card. Sarah

Clicca qui per leggere la traduzione del testo di Papa Benedetto da parte di Marco Respinti.

Benedetto XVI: Troppa verbosità nella Chiesa minaccia la grandezza della Parola

Clicca qui per leggere il commento.
Buona giornata, cari amici!
In un mondo (e in una chiesa) che parla di tutto tranne di ciò che è veramente importante, suonano come ventata di ossigeno e fresca brezza di primavera le parole di Benedetto XVI.
Non aspettiamoci che ad esse venga dato il giusto rilievo dai mezzi di comunicazione, anche cattolici. Ormai, nel nome della "pax mediatica", stampa e televisione hanno preso l'abitudine di nascondere ciò che è scomodo (tanto per non fare esempi...Medjugorje. Vi immaginate che cosa sarebbe successo se il Papa fosse ancora Ratzinger?).
La Liturgia così come la Teologia non sono materie da lasciare alla libera interpretazione di chiunque. La crisi della Chiesa è prima di tutto crisi della Sacra Liturgia, come giustamente osservava il Papa Emerito.
Molto bello e significativo l'omaggio di Benedetto al card. Sarah. Chissà che un giorno...
R.

venerdì 12 maggio 2017

Tributo a Joseph Ratzinger i cui insegnamenti sono sempre più importanti nella Chiesa (Doino Jr)

Clicca qui per leggere l'articolo segnalatoci da Alessia. Qui una traduzione sommaria.
In effetti quei "gufi" che, dopo la rinuncia, profetizzarono che Joseph Ratzinger sarebbe stato ricordato solo per quel gesto (che io, per esempio, preferisco non ricordare...eehhee), vivono mesi particolarmente difficili perchè non riescono a capire come sia possibile che per tanti Benedetto sia una guida, un faro nella nebbia.
Nonostante gli articoli denigratori, persino le calunnie, Ratzinger è sempre più presente e centrale nella vita nella chiesa.
Francamente mi fa sorridere in modo beffardo che quegli stessi commentatori che facevano a gara per dimostrare la discontinuità e che contrapponevamo presunte primavere a improbabili inverni, ora, tentino capriole per affermare una continuità che, francamente, si fatica ormai a riconoscere dietro la montagna di pietre.

Il mistero di Fatima. Un commento di Aldo Maria Valli

Clicca qui per leggere il commento (molto interessante).

lunedì 8 maggio 2017

CONSIGLI PER GLI ACQUISTI: NOVITA' IN LIBRERIA

Angela Ambrogetti, Andrea Gagliarducci, Marco Mancini, "Cronache dal monte - Due anni con Benedetto, notizie e approfondimenti su ACI STAMPA", Tau Editrice

Maria Giuseppina Buonanno, Luca Caruso, "Joseph Ratzinger Benedetto XVI - Immagini di una vita", San Paolo 2017

Mimmo Muolo, "Il Papa del coraggio - Un profilo di Benedetto XVI", Ancora 2017

"Cooperatores veritatis - Scritti in onore del Papa emerito Benedetto XVI per il 90° compleanno", Libreria Editrice Vaticana 2017

Giovan Battista Brunori, "Benedetto XVI - Fede e profezia del primo Papa emerito nella storia", Paoline 2017

Benedetto XVI, "Io credo - Le pagine più belle", San Paolo 2017

Card. Raymond Leo Burke, Card. Gerhard Ludwig Müller, "Il Motu proprio «Summorum Pontificum» di S.S. Benedetto XVI. Volume 4 - Una speranza per tutta la Chiesa", Fede & Cultura 2017

Benedetto XVI (Joseph Ratzinger), Opera Omnia "L'insegnamento del Concilio Vaticano II", Libreria Editrice Vaticana 2016

Benedetto XVI, "Ultime conversazioni", a cura di Peter Seewald, Garzanti

domenica 7 maggio 2017

“Vieni e vedi”. Benedetto XVI delinea la figura dell'apostolo Filippo (06.09.2006)



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Grazie al lavoro della nostra Gemma rivediamo e riascoltiamo una bellissima catechesi di Benedetto XVI. Molto suggestive le immagini dell'ingresso del Papa in una Piazza San Pietro affollatissima e festosa.
In occasione dell'udienza generale del 6 settembre 2006 Benedetto XVI dedicò la catechesi all'apostolo Filippo. Il testo integrale è consultabile qui.

UDIENZA GENERALE

Piazza San Pietro
Mercoledì, 6 settembre 2006

Filippo

Cari fratelli e sorelle,

proseguendo nel tratteggiare le fisionomie dei vari Apostoli, come facciamo da alcune settimane, incontriamo oggi Filippo. Nelle liste dei Dodici, egli è sempre collocato al quinto posto (così in Mt 10,3; Mc 3,18; Lc 6,14; At 1,13), quindi sostanzialmente tra i primi. 
Benché Filippo fosse di origine ebraica, il suo nome è greco, come quello di Andrea, e questo è un piccolo segno di apertura culturale da non sottovalutare. Le notizie che abbiamo di lui ci vengono fornite dal Vangelo di Giovanni. Egli proveniva dallo stesso luogo d’origine di Pietro e di Andrea, cioè Betsaida (cfr Gv 1,44), una cittadina appartenente alla tetrarchìa di uno dei figli di Erode il Grande, anch’egli chiamato Filippo (cfr Lc 3,1).

Il Quarto Vangelo racconta che, dopo essere stato chiamato da Gesù, Filippo incontra Natanaele e gli dice: “Abbiamo trovato colui del quale hanno scritto Mosè nella Legge e i Profeti, Gesù, figlio di Giuseppe, di Nazaret” (Gv 1,45). Alla risposta piuttosto scettica di Natanaele (“Da Nazaret può forse venire qualcosa di buono?”), Filippo non si arrende e controbatte con decisione: “Vieni e vedi!” (Gv 1,46). In questa risposta, asciutta ma chiara, Filippo manifesta le caratteristiche del vero testimone: non si accontenta di proporre l’annuncio, come una teoria, ma interpella direttamente l’interlocutore suggerendogli di fare lui stesso un’esperienza personale di quanto annunciato. I medesimi due verbi sono usati da Gesù stesso quando due discepoli di Giovanni Battista lo avvicinano per chiedergli dove abita. Gesù rispose: “Venite e vedrete” (cfr Gv 1,38-39).

Possiamo pensare che Filippo si rivolga pure a noi con quei due verbi che suppongono un personale coinvolgimento. Anche a noi dice quanto disse a Natanaele: “Vieni e vedi”.
L’Apostolo ci impegna a conoscere Gesù da vicino. In effetti, l’amicizia, il vero conoscere l’altro, ha bisogno della vicinanza, anzi in parte vive di essa. Del resto, non bisogna dimenticare che, secondo quanto scrive Marco, Gesù scelse i Dodici con lo scopo primario che “stessero con lui” (Mc 3,14), cioè condividessero la sua vita e imparassero direttamente da lui non solo lo stile del suo comportamento, ma soprattutto chi davvero Lui fosse. 
Solo così infatti, partecipando alla sua vita, essi potevano conoscerlo e poi annunciarlo. Più tardi, nella Lettera di Paolo agli Efesini, si leggerà che l’importante è “imparare il Cristo” (4,20), quindi non solo e non tanto ascoltare i suoi insegnamenti, le sue parole, quanto ancor più conoscere Lui in persona, cioè la sua umanità e divinità, il suo mistero, la sua bellezza. Egli infatti non è solo un Maestro, ma un Amico, anzi un Fratello. Come potremmo conoscerlo a fondo restando lontani? L’intimità, la familiarità, la consuetudine ci fanno scoprire la vera identità di Gesù Cristo. Ecco: è proprio questo che ci ricorda l’apostolo Filippo. E così ci invita a “venire”, a “vedere”, cioè ad entrare in un contatto di ascolto, di risposta e di comunione di vita con Gesù giorno per giorno.

Egli, poi, in occasione della moltiplicazione dei pani, ricevette da Gesù una precisa richiesta, alquanto sorprendente: dove, cioè, fosse possibile comprare il pane per sfamare tutta la gente che lo seguiva (cfr Gv 6,5). Allora Filippo rispose con molto realismo: “Duecento denari di pane non sono sufficienti neppure perché ognuno di loro possa riceverne anche solo un pezzo” (Gv 6,7). Si vedono qui la concretezza e il realismo dell’Apostolo, che sa giudicare gli effettivi risvolti di una situazione. Come poi siano andate le cose, lo sappiamo. Sappiamo che Gesù prese i pani e, dopo aver pregato, li distribuì. Così si realizzò la moltiplicazione dei pani. Ma è interessante che Gesù si sia rivolto proprio a Filippo per avere una prima indicazione su come risolvere il problema: segno evidente che egli faceva parte del gruppo ristretto che lo circondava. In un altro momento, molto importante per la storia futura, prima della Passione, alcuni Greci che si trovavano a Gerusalemme per la Pasqua “si avvicinarono a Filippo ... e gli chiesero: «Signore, vogliamo vedere Gesù». Filippo andò a dirlo ad Andrea, e poi Andrea e Filippo andarono a dirlo a Gesù” (Gv 12,20-22).
Ancora una volta, abbiamo l’indizio di un suo particolare prestigio all’interno del collegio apostolico. Soprattutto, in questo caso, egli fa da intermediario tra la richiesta di alcuni Greci – probabilmente parlava il greco e potè prestarsi come interprete – e Gesù; anche se egli si unisce ad Andrea, l’altro Apostolo con un nome greco, è comunque a lui che quegli estranei si rivolgono. Questo ci insegna ad essere anche noi sempre pronti, sia ad accogliere domande e invocazioni da qualunque parte giungano, sia a orientarle verso il Signore, l'unico che le può soddisfare in pienezza. E’ importante, infatti, sapere che non siamo noi i destinatari ultimi delle preghiere di chi ci avvicina, ma è il Signore: a lui dobbiamo indirizzare chiunque si trovi nella necessità. Ecco: ciascuno di noi dev'essere una strada aperta verso di lui!

C'è poi un'altra occasione tutta particolare, in cui entra in scena Filippo. Durante l’Ultima Cena, avendo Gesù affermato che conoscere Lui significava anche conoscere il Padre (cfr Gv 14,7), Filippo quasi ingenuamente gli chiese: “Signore, mostraci il Padre, e ci basta» (Gv 14,8). Gesù gli rispose con un tono di benevolo rimprovero: “Filippo, da tanto tempo sono con voi e ancora non mi conosci? Colui che vede me, vede il Padre! Come puoi tu dire: «Mostraci il Padre»? Non credi che io sono nel Padre e il Padre è in me? ... Credetemi: io sono nel Padre e il Padre è in me” (Gv 14,9-11). Queste parole sono tra le più alte del Vangelo di Giovanni. Esse contengono una rivelazione vera e propria. Al termine del Prologo del suo Vangelo, Giovanni afferma: “Dio nessuno lo ha mai visto: proprio il Figlio unigenito, che è nel seno del Padre, lui lo ha rivelato” (Gv 1,18). Ebbene, quella dichiarazione, che è dell’evangelista, è ripresa e confermata da Gesù stesso. Ma con una nuova sfumatura. Infatti, mentre il Prologo giovanneo parla di un intervento esplicativo di Gesù mediante le parole del suo insegnamento, nella risposta a Filippo Gesù fa riferimento alla propria persona come tale, lasciando intendere che è possibile comprenderlo non solo mediante ciò che dice, ma ancora di più mediante ciò che egli semplicemente è.
Per esprimerci secondo il paradosso dell’Incarnazione, possiamo ben dire che Dio si è dato un volto umano, quello di Gesù, e per conseguenza d’ora in poi, se davvero vogliamo conoscere il volto di Dio, non abbiamo che da contemplare il volto di Gesù! Nel suo volto vediamo realmente chi è Dio e come è Dio!

L’evangelista non ci dice se Filippo capì pienamente la frase di Gesù. Certo è che egli dedicò interamente a lui la propria vita. Secondo alcuni racconti posteriori (Atti di Filippo e altri), il nostro Apostolo avrebbe evangelizzato prima la Grecia e poi la Frigia e là avrebbe affrontato la morte, a Gerapoli, con un supplizio variamente descritto come crocifissione o lapidazione. Vogliamo concludere la nostra riflessione richiamando lo scopo cui deve tendere la nostra vita: incontrare Gesù come lo incontrò Filippo, cercando di vedere in lui Dio stesso, il Padre celeste. Se questo impegno mancasse, verremmo rimandati sempre solo a noi come in uno specchio, e saremmo sempre più soli! Filippo invece ci insegna a lasciarci conquistare da Gesù, a stare con lui, e a invitare anche altri a condividere questa indispensabile compagnia. E vedendo, trovando Dio, trovare la vera vita.
_________________________

Rivolgo un cordiale benvenuto ai pellegrini di lingua italiana. In particolare, saluto i partecipanti al Congresso internazionale dei laici carmelitani; le Figlie di Nostra Signora della Misericordia; i fedeli della diocesi di Massa Carrara-Pontremoli, accompagnati dal loro Pastore Mons. Eugenio Binini e i fedeli di Roccacasale e di Sulmona accompagnati dal Vescovo Mons. Giuseppe Di Falco; i numerosi gruppi sportivi del Sannio, qui convenuti con l'Arcivescovo di Benevento Mons. Andrea Mugione. Cari amici, auguro che la vostra visita alle tombe degli Apostoli vi rinsaldi nell'adesione a Cristo e vi renda suoi testimoni nelle famiglie e nelle comunità ecclesiali.

Saluto infine i giovani, i malati e gli sposi novelli. Cari giovani, tornando dopo le vacanze alle consuete attività, riprendete anche il ritmo regolare del vostro dialogo con Dio, diffondendo attorno a voi la sua luce e la sua pace. Voi, cari malati, trovate conforto nel Signore Gesù, che continua la sua opera di redenzione nella vita di ogni uomo. E voi, cari sposi novelli, sforzatevi di mantenere un costante contatto con Dio, affinché il vostro amore sia sempre più vero, fecondo e duraturo.

Alla preghiera di tutti voi vorrei, infine, affidare il Viaggio Apostolico che compirò in Germania a partire da sabato prossimo. Ringrazio il Signore per l'opportunità che mi offre di recarmi, per la prima volta dopo la mia elezione a Vescovo di Roma, in Baviera mia terra di origine. Accompagnatemi, cari amici, in questa mia visita, che affido alla Vergine Santa. Sia Lei a guidare i miei passi: sia Lei a ottenere per il popolo tedesco una rinnovata primavera di fede e di civile progresso.

© Copyright 2006 - Libreria Editrice Vaticana

domenica 30 aprile 2017

Archiviata Ratisbona? Ne siamo tutti felicissimi (R.)

Cari amici, buona domenica :-)
Vorrei fare con voi qualche riflessione.
Credevo che il recentissimo viaggio in Egitto sarebbe stato l'occasione per rivangare in negativo il discorso di Ratisbona.
Noto invece che la lectio è rimasta in controluce nel senso che quasi nessuno ha osato riprendere le critiche (infamanti e pretestuose) nei confronti di Benedetto XVI. 
Naturalmente questo atteggiamento non è dovuto a un ripensamento o a un attò di umiltà e riconoscimento delle gerarchie ecclesiastiche e soprattutto dei mass media, ma al fatto che l'opinione pubblica (l'unica entità che conta ormai...fuori e dentro la chiesa) ha capito che la lectio di Ratisbona era ed è profetica. 
Alcuni sono arrivati a questa conclusione leggendo finalmente il testo. Lodi!
Altri si sono convinti vedendo nel discorso un atto di accusa verso l'islam. Nulla di più sbagliato. L'islam non c'entra nulla (o c'entra poco) con il discorso di Ratisbona, che ha per oggetto il rapporto fra fede e ragione. Questa interpretazione contro l'islam è stata così a lungo sposata dai media che ora non possono certo lamentarsi. Noto che si cerca in tutti i modi di dimostrare che c'è qualcosa della lectio nella chiesa di oggi. Mah...sforzo apprezzabile ma contraddetto dai fatti.
C'è poi chi arriva a dire che i contenuti sono gli stessi ma il linguaggio è diverso. Vi prego di aiutarmi a rialzarmi perchè mi sto rotolando dalle risate. Ciò che è cambiato non è il linguaggio dei papi, ma l'atteggiamento dei mass media. Leggo certe interviste e scuoto la testa soprattutto per le ultime risposte (clicca qui). Poi faccio "spallucce" considerando da quale pulpito arrivano...(tanto per non dimenticare clicca qui).
Non si unisce al coro Melloni che, fedele a se stesso, parla della lectio come atto d'accusa verso l'islam (clicca qui). 
C'è poi chi si spinge fino a definire "famigerata" la lezione di Ratisbona ma tacere il nome del giornalista è cosa "buona e saggia" anche per non fare troppa pubblicità...
Ma torniamo a noi. 
Sono certa che in tanti vorrebbero scrivere che in questi giorni la lectio di Ratisbona è stata archiviata. Se non lo fanno è perchè si aprirebbe subito un dibattito sull'atteggiamento da tenere nei confronti dell'islam e non è detto che la chiesa si oggi ne uscirebbe rafforzata.
Il discorso però è sottinteso. Perchè sono felicissima che Ratisbona sia stata archiviata o che si voglia farlo credere? Per due motivi.
Innanzitutto perchè, in questo modo, si consegna quella lectio straordinaria alla storia. Slegato dalla cronaca, quel testo potrà essere sempre di più apprezzato per la sua portata profetica. Non penso che oggi (e il ragionamento sarà valido ancora di più in futuro) si possa prescindere da quel discorso.
In secondo luogo gioisco perchè d'ora in avanti non potranno più esserci alibi o scuse.
Si e' voltata pagina sull'islam? Benissimo! 
La chiesa dovrà andare avanti con le sue gambe e non appoggiarsi sempre alla "stampella Ratzinger". Quando qualcosa andrà male non si potrà più dire: "tutta colpa di Ratzinger e di Ratisbona...eh...se ci sono sono queste incomprensioni con l'islam dobbiamo ringraziare Ratisbona...eccessiva prudenza nel condannare gli attentati di matrice islamica? Eh, c'è ancora il ricordo di Ratisbona...".
Ora basta, stop, finito! Avanti senza più alibi!
Del resto mi pare che la barca della chiesa viaggi con il vento mediatico in poppa.
Proviamo a immaginare che cosa sarebbe accaduto se Benedetto XVI avesse parlato di campi di concentramento, di lager...apriti Cielo! 
Ora, invece, sembra tutto "normale". Sì, qualcuno protesta ma si tratta di voci isolate che vengono subito messe a tacere.
E' un tempo veramente felice per la chiesa. O forse c'è qualcosa che non quadra? Mah...chi vivrà vedrà. E' un enigma degno della sfinge :-)
Così come è degno della sfinge di Tebe domandarsi: la chiesa ha proprio bisogno delle lezioni domenicali di "teologia" e dei consigli del noto fondatore del famoso quotidiano? ;-)
R.

domenica 23 aprile 2017

La necessaria coerenza del magistero con la Tradizione. Gli esempi della storia (Claudio Pierantoni)

Clicca qui per leggere il testo integrale della riflessione di Claudio Pierantoni.

Vedi anche:

Dopo i quattro cardinali, parlano sei laici (Magister).

Molto interessante "l'opzione Benedetto":

"Anna M. Silvas...propone...una "opzione Benedetto" per l'attuale era post-cristiana, ispirata al monachesimo nel crollo dell'età antica, un umile e comunitario "dimorare" presso Gesù e il Padre (Gv 14, 23) nella fiduciosa attesa, fatta di preghiera e lavoro, che cessi la tempesta che sconvolge oggi il mondo e la Chiesa.