giovedì 31 ottobre 2013

Il sacramento dell'ordine negli studi di Joseph Ratzinger (Müller)

Il sacramento dell'ordine negli studi di Joseph Ratzinger

Oltre la crisi verso il rinnovamento

di Gerhard Ludwig Müller

Se Cristo, per mezzo della sua risurrezione, ha superato la più grande crisi mai esistita della fede -- la crisi pre-pasquale dei discepoli -- e, in particolare, la crisi della missione e della potestà apostolica, e dunque anche del sacerdozio cattolico, allora, è proprio e soltanto nel nostro sguardo rivolto al Signore che è possibile superare anche tutte le crisi storiche del sacerdozio.
Corrispondendo al suo sguardo su di noi e sul nostro sacerdozio, con il nostro sguardo rivolto a Lui, fissando i nostri occhi in quelli del Sommo sacerdote, crocifisso e risorto, possiamo superare ogni ostacolo e difficoltà.
Penso in particolare alla crisi della dottrina del sacerdozio, avvenuta durante la Riforma protestante, una crisi a livello dogmatico, con cui il sacerdote è stato ridotto a un mero rappresentante della comunità, mediante una eliminazione della differenza essenziale fra il sacerdozio ordinato e quello comune di tutti i fedeli. E poi alla crisi esistenziale e spirituale, avvenuta nella seconda metà del XX secolo ed esplosa dopo il concilio Vaticano II, delle cui conseguenze noi oggi ancora soffriamo. 
Joseph Ratzinger, nell'ampio volume Annunciatori della Parola e servitori della vostra gioia -- il dodicesimo dell'opera omnia -- ha suggerito un superamento di queste crisi con una proposta ad alto livello teologico, donandoci una guida per favorire un rinnovamento del sacerdozio sacramentale istituito da Cristo.
Gli studi scientifici, le meditazioni e le omelie sul servizio episcopale, presbiterale/sacerdotale e diaconale, contenute in questo volume, abbracciano un lasso di tempo di quasi cinquant'anni, a partire dagli anni immediatamente precedenti l'inizio del Vaticano II.
A questo avvenimento, che è stato quello che più ha segnato la storia recente della Chiesa, molti associano, a seconda della rispettiva posizione, l'inizio di una trasformazione conforme allo spirito del tempo, ovvero l'inizio di una profonda crisi della Chiesa e in particolare del sacerdozio.
Il concilio ha inquadrato la costituzione gerarchica della Chiesa -- la quale si dispiega nei differenti compiti del vescovo, del sacerdote e del diacono -- in un'ecclesiologia di ampio respiro, rinnovata a partire dalle fonti bibliche e patristiche (cfr. Lumen gentium, 18-29). Le affermazioni sui gradi dell'episcopato e del presbiterato vennero approfondite nei decreti Christus Dominus e Presbyterorum ordinis.
In tal modo, il concilio ha cercato di riaprire una nuova strada verso l'autentica comprensione dell'identità del sacerdozio. Perché mai si giunse allora, all'indomani del concilio, a una sua crisi d'identità, paragonabile storicamente solo con le conseguenze della Riforma protestante del XVI secolo?

Nella parte a) del libro, dal titolo «Teologia del sacramento dell'ordine», Joseph Ratzinger intende rispondere anche a questa domanda e mostra, con afflato positivo, sia il fondamento biblico che il conseguente sviluppo storico-dogmatico del sacramento dell'ordine.

Nella parte b), il lettore troverà, sotto il titolo «Servitori della vostra gioia», una raccolta di meditazioni sulla spiritualità sacerdotale. Tale titolo riprende le parole che il novello sacerdote Joseph Ratzinger pose sull'immaginetta-ricordo della sua prima messa.

Seguono, nella parte c), le prediche tenute in occasione di diverse ordinazioni sacerdotali e diaconali, di prime messe e di anniversari di sacerdozio o di episcopato. Non si tratta di lirica devota, ma del tentativo riuscito di portare alla luce le fonti spirituali alle quali ogni sacerdote giornalmente attinge, per essere un servo buono del suo Signore e un servitore della lieta novella di Cristo, capace di entusiasmare: un pastore che non pasce se stesso, ma che, come Cristo, il Pastore supremo, dà la sua vita per le pecore del gregge di Dio.

Ratzinger evidenzia che laddove viene meno il fondamento dogmatico del sacerdozio cattolico, non solo si esaurisce la fonte alla quale si può efficacemente abbeverare una vita alla sequela di Cristo, ma viene meno anche la motivazione che introduce sia a una ragionevole comprensione della rinuncia al matrimonio per il regno dei cieli (cfr. Matteo, 19, 12), che del celibato quale segno escatologico del mondo di Dio che verrà, segno da vivere con la forza dello Spirito Santo, in letizia e certezza.
Se la relazione simbolica che appartiene alla natura del sacramento viene oscurata, il celibato sacerdotale diviene il relitto di un passato ostile alla corporeità e viene additato e combattuto come l'unica causa della penuria di sacerdoti. Non da ultimo, scompare poi anche l'evidenza, per il magistero e la prassi della Chiesa, che il sacramento dell'ordine debba essere amministrato solo a uomini. Un ufficio concepito in termini funzionali, nella Chiesa, si espone al sospetto di legittimare un dominio, che invece dovrebbe essere fondato e limitato in senso democratico.
La crisi del sacerdozio nel mondo occidentale, negli ultimi decenni, è anche il risultato di un radicale disorientamento dell'identità cristiana di fronte a una filosofia che trasferisce all'interno del mondo il senso più profondo e il fine ultimo della storia e di ogni esistenza umana, privandolo così dell'orizzonte trascendente e della prospettiva escatologica.
Attendere tutto da Dio e fondare tutta la propria vita su Dio, che in Cristo ci ha donato tutto: questa sola può essere la logica di una scelta di vita che, nella completa donazione di sé, si pone in cammino alla sequela di Gesù, partecipando alla sua missione di Salvatore del mondo, missione che egli compie nella sofferenza e nella croce, e che Egli ha ineludibilmente rivelato attraverso la sua risurrezione dai morti.
Ma, alla radice di questa crisi del sacerdozio, bisogna rilevare anche dei fattori infra-ecclesiali. Come mostra nei suoi primi interventi, Raztinger possiede fin dall'inizio una viva sensibilità nel percepire da subito quelle scosse con cui si annunciava il terremoto: e ciò soprattutto nell'apertura, da parte di tanti ambiti cattolici, all'esegesi protestante in voga negli anni Cinquanta e Sessanta del secolo scorso.
Spesso, da parte cattolica, non ci si è resi conto delle visioni pregiudiziali che soggiacevano all'esegesi scaturita dalla Riforma. E così sulla Chiesa cattolica (e ortodossa) si è abbattuta la furia della critica al sacerdozio ministeriale, nella presunzione che questo non avesse un fondamento biblico.
Il sacerdozio sacramentale, tutto riferito al sacrificio eucaristico -- così come era stato affermato al concilio di Trento -- a prima vista non sembrava essere biblicamente fondato, sia dal punto di vista terminologico, sia per quel che riguarda le particolari prerogative del sacerdote rispetto ai laici, specialmente per ciò che attiene al potere di consacrare. La critica radicale al culto -- e con essa il superamento, a cui si mirava, di un sacerdozio che limitasse la pretesa funzione di mediazione -- sembrò far perdere terreno a una mediazione sacerdotale nella Chiesa.
Alla critica formulata dalla Riforma al sacerdozio sacramentale -- il quale avrebbe messo in discussione l'unicità del sommo sacerdozio di Cristo (in base alla Lettera agli Ebrei) e avrebbe emarginato il sacerdozio universale di tutti i fedeli (secondo 1 Pietro, 2, 5) -- si è unita infine la moderna idea di autonomia del soggetto, con la prassi individualista che ne deriva, la quale guarda con sospetto a qualunque esercizio dell'autorità.
Da una parte, osservando che Gesù, da un punto di vista sociologico-religioso, non era un sacerdote con funzioni cultuali e dunque (per usare una formulazione anacronistica) era un laico, e dall'altra parte, basandosi sul fatto che, nel Nuovo Testamento, per i servizi e i ministeri, non viene addotta alcuna terminologia sacrale, bensì denominazioni ritenute profane, è sembrato che si potesse considerare dimostrata come inadeguata la trasformazione -- nella Chiesa delle origini, a partire dal III secolo -- di coloro che svolgevano mere “funzioni” all'interno della comunità, in impropri detentori di un nuovo sacerdozio cultuale.
Joseph Ratzinger sottopone, a sua volta, a un puntuale esame critico, la critica storica improntata alla teologia protestante e lo fa distinguendo i pregiudizi filosofici e teologici dall'uso del metodo storico. In tal modo, egli riesce a mostrare che con le acquisizioni della moderna esegesi biblica e una precisa analisi dello sviluppo storico-dogmatico si può giungere in modo assai fondato alle affermazioni dogmatiche prodotte soprattutto nei concili di Firenze, di Trento e del Vaticano II.
La teologia cattolica potrebbe comprendere le obiezioni rivolte contro il suo sacerdozio se questo venisse da lei inteso come una mediazione autosufficiente, o anche solo integrativa, accanto o a esclusione di quella di Cristo. Perciò, anche le obiezioni di Martin Lutero, in realtà non toccano il nucleo centrale dell'insegnamento dogmatico vincolante sul sacerdozio sacramentale.
Il concilio di Trento, nel suo decreto sul sacramento dell'ordine, si limitò a respingere le obiezioni del primo riformatore, ma rinunciò a presentarne un'ampia trattazione teologica. E tuttavia, i decreti tridentini di riforma, per lo più a torto trascurati -- Ratzinger lo sottolinea con forza -- danno importanza alla concezione biblica del sacerdote come servitore della Parola e dei sacramenti, e anche come pastore sollecito della salute spirituale dei fedeli.
Nel dialogo ecumenico devono peraltro essere messi a tema, al di là delle differenze di contenuto, anche i principi formali della teologia: la Scrittura, la tradizione e il magistero, i quali, pur differendo fra essi, cooperano al fine di preservare la totalità della rivelazione. Rivelazione che deve essere protetta da un'esegesi soggettivistica e arbitraria, così da preservarne la pienezza e la pretesa totale.
Qui emerge anche quella dimensione del sacramento dell'ordine che va oltre le funzioni del presbitero e del diacono. Si tratta della responsabilità propria dei vescovi, come successori degli apostoli, nel loro ufficio magisteriale e pastorale rispetto alla Chiesa universale.
Per questo, secondo la concezione cattolica, anche il servizio del vescovo di Roma, quale successore di Pietro, è di imprescindibile importanza. A tal proposito, Ratzinger rimanda di continuo a Ireneo di Lione che, con il principio della Scrittura apostolica, della tradizione apostolica e della successione apostolica dei vescovi, ne ha stabilito il criterio normativo permanente.
In fondo, già nell'opera di delimitazione della gnosi, compiuta da Ireneo con l'Adversus haereses, sono contenuti anche i tratti essenziali circa la dottrina del primato papale, tanto che il successivo sviluppo del magistero, nella sua intenzione autentica, può essere chiarito proprio a partire da Ireneo.
Fa parte della riconquista dell'identità sacerdotale la disponibilità a intendere se stessi come servitori della Parola e testimoni di Dio nella sequela di Cristo, e a vivere in comunione con Lui. Perché questo sia possibile, sono richieste al sacerdote sia una buona formazione teologica che un costante rapporto con la teologia scientifica.

(©L'Osservatore Romano 31 ottobre 2013)

Pastore e teologo

Anticipiamo stralci della relazione che l'arcivescovo Gerhard Ludwig Müller, prefetto della Congregazione per la Dottrina della fede, tiene nel pomeriggio del 30 ottobre a Palermo, nella Facoltà Teologica di Sicilia San Giovanni evangelista, nell'incontro «Joseph Ratzinger pastore e teologo». Nell'occasione viene presentato il volume dodicesimo dell'opera omnia di Ratzinger Annunciatori della Parola e servitori della vostra gioia. Teologia e spiritualità del Sacramento dell'Ordine curato dallo stesso arcivescovo (Città del Vaticano, Libreria Editrice Vaticana, 2013, pagine 990).

(©L'Osservatore Romano 31 ottobre 2013)

Storia e fede legate a filo doppio. Contenuto teologico ed esemplarità metodologica del «Gesù di Nazaret» di Joseph Ratzinger (Amato)

Contenuto teologico ed esemplarità metodologica del «Gesù di Nazaret» di Joseph Ratzinger

Storia e fede legate a filo doppio

di Angelo Amato

Sant'Ambrogio nel suo commento al Salmo 45 scriveva: «Bussa alla porta: la porta è Cristo. Bussa alla porta del Verbo, perché ti sia aperto, e tu possa dire il mistero di Cristo e trovare i tesori nascosti in Cristo». Queste parole si adattano bene alla meditazione teologica di Benedetto XVI su Gesù. Egli ha bussato alla porta del cuore di Cristo, che lo ha introdotto e guidato alla contemplazione amorosa del suo mistero.
Nei tre volumi cristologici risalta all'evidenza la sensibilità del Pontefice emerito alla presenza diffusa e prossima di nostro Signore Gesù Cristo. Se scrive di lui è perché lo cerca, lo desidera, lo ama, perché gli è grato per l'abbondanza del suo perdono, della sua misericordia, della sua grazia. Papa Benedetto potrebbe ripetere con Ambrogio: «Oggi, mentre vi sto parlando, egli è con me, qui, in questo punto, in questo momento».
In queste giornate di studio sulla relazione tra storia e cristologia si è spalancato il vasto e laborioso cantiere interdisciplinare che, in varie parti del mondo e da vari punti di vista, sta apportando singolari apporti alla moderna ricerca sui Vangeli. Questa semplice constatazione contribuisce a superare un certo fissismo nell'approccio storico-teologico a Gesù di Nazaret e a ridimensionare, se non proprio ad annullare, quell'ideologia del sospetto che, dal Settecento in poi, con le varie fasi della Leben Jesu Forschung, si è annidata nello studio dell'autenticità storica dei dati biblici.
A questo miglioramento di prospettiva contribuiscono in modo determinante discipline come l'archeologia, la papirologia, lo studio comparato delle biografie greco-romane con i Vangeli. Questi apporti hanno avuto come conseguenza la conferma dell'affidabilità storica dei Sinottici, del quarto Vangelo, dell'apporto paolino alla storia e alla figura di Cristo. È stata inoltre ribadita l'importanza della lettura patristica del Nuovo e dell'Antico Testamento, che tanta luce ha gettato, soprattutto con i concili dei primi secoli, nella comprensione sempre più penetrante del dato cristologico. Sono tutti contributi che rinnovano l'impostazione metodologica e contenutistica del fare e insegnare cristologia oggi.
I tre volumi del Gesù di Nazaret di Benedetto XVI respirano a pieni polmoni questo nuovo clima di ricerca e di valutazione, lontano da limitanti e ormai superati pregiudizi ideologici. E risiede proprio qui la loro decisiva rilevanza per l'odierna cristologia accademica e per un valido approdo, fondato e non acritico, al suo naturale traguardo non solo di conoscenza di Cristo ma soprattutto di vita in Cristo. Il legame infatti tra il fondamento storico e le sua rilevanza teologica e spirituale è indispensabile per una proposta cristologica completa e affidabile.
In questa linea Benedetto XVI dialoga con i più validi studiosi dell'antichità cristiana per una riaffermazione del valore storico-documentario dei dati biblici. Ribadendo la continuità tra il Gesù della storia e il Cristo della fede egli elabora una esemplare cristologia prepasquale, che ripercorre l'intera parabola terrena di Gesù, contemplato nei suoi atteggiamenti, nelle sue azioni, nelle sue parole. In tal modo, egli pone rimedio a tre limiti della cristologia contemporanea, denunciati nel 2003 nel volume In cammino verso Gesù Cristo (Unterwegs zu Christus): una grave decristologizzazione, che riduce Gesù a semplice modello di umanità piuttosto accomodante, che nulla esige e tutto approva; il rifiuto della presenza del soprannaturale nella storia, che conduce a una interpretazione sedicente “scientifica”, ma in realtà “ideologica”, della sua figura; infine, una malintesa attualizzazione, che diventa criterio arbitrario di individuazione dell'autenticità o meno delle parole e delle azioni di Gesù, tralasciando elementi centrali del mistero di Cristo per evidenziare solo quanto si “presuppone” sia “attuale”: «Le presupposizioni riguardo a ciò che Gesù non poteva essere (Figlio di Dio), e riguardo a ciò che doveva essere, diventano criteri d'interpretazione e fanno apparire come frutto di rigore storico ciò che in realtà è unicamente il risultato di premesse filosofiche» (In cammino verso Gesù Cristo, Cinisello Balsamoo, San Paolo, 2004).
Nel suo trittico, il Santo Padre rilegge quindi la “storia” di Gesù nella sua completezza e cioè nella sua duplice valenza di avvenimento spazio-temporale (Historie) e di evento salvifico (Geschichte). Si tratta della pienezza armonica dell'evento Cristo, così come ce lo consegna la prima predicazione apostolica postpasquale.
La storia di Gesù non è una creazione mitologica della prima comunità cristiana o una conseguenza delle condizioni socio-politiche ed economiche del tempo. Essa è un supporto ineliminabile della realtà di Gesù, sia per non farne un eroe immaginario o un semplice maestro atemporale di umanità, sia per non incorrere in un fideismo acritico, come capita per le letture fondamentaliste della Bibbia.
L'originalità del cristianesimo risiede proprio nell'affermazione che la storia umana ha ospitato l'evento Cristo, dono di amore del Padre a tutta l'umanità, il Verbo fatto carne da adorare, il Redentore da amare, il Giudice escatologico da onorare. Con ciò si afferma che la globalità del suo evento e ogni singolo suo “mistero” è storia di salvezza di Dio Trinità per l'uomo. In Cristo, la storia umana è diventata evento salvifico.
Non quindi sola fides, perché fides sine historia sarebbe infondata. Né, tanto meno, sola historia, perché historia sine fide sarebbe insufficiente per cogliere la verità del dono di Dio in Cristo. Pertanto historia et fides sono inscindibilmente unite e costituiscono i pilastri della verità del cristianesimo, che è salvezza nella storia e nella fede.
Per la fede biblica -- nota il Papa emerito -- è indispensabile e fondamentale il factum historicum, il riferimento, cioè, a eventi storici realmente accaduti. L'incarnatus est non è un'affermazione poetica o simbolica, ma fortemente realistica. Per questo egli opta per un'interpretazione ecclesiale (esegesi canonica), che, confidando nei risultati dell'indagine storico-critica, non ne assolutizza, però, il valore e non ne condivide l'atteggiamento di sospetto metodico.
I suoi criteri interpretativi sono quindi: fiducia nell'attendibilità storica del dato neotestamentario; affermazione dell'unità e della continuità tra Antico e Nuovo Testamento; importanza ermeneutica della tradizione viva della Chiesa; attenzione all'analogia della fede, intesa come consonanza delle corrispondenze interne del dato di fede.
Questo quadro metodologico è accompagnato da una presupposto contenutistico che presenta Gesù come il nuovo Mosè profetizzato dalle Scritture. Ciò che rendeva decisiva la figura di Mosè non era tanto la sua potenza taumaturgica o la liberazione del suo popolo dalla schiavitù egiziana, quanto invece l'aver conversato “a faccia a faccia” con Dio, come fa l'amico con l'amico. Questo accesso immediato a Dio gli permise di comunicare la parola di Dio e la sua volontà di prima mano e senza falsificazione.
Questa familiarità aveva, però, dei limiti. Mosè, pur parlando con Dio, non vide mai il suo volto, ma solo le sue spalle. La visione piena di Dio sarebbe stata appannaggio del nuovo Mosè, che avrebbe vissuto al cospetto di Dio non solo come amico, ma come Figlio. E da questa comunione filiale egli avrebbe attinto la sua autorità dottrinale, l'efficacia delle sue opere di potenza, l'originalità dei suoi atteggiamenti: «Dio nessuno l'ha mai visto: proprio il Figlio unigenito, che è nel seno del Padre, lui lo ha rivelato» (Giovanni, 1, 18). Benedetto XVI vede realizzata in Gesù, pienamente e senza limiti, la promessa del nuovo profeta e del mediatore della nuova alleanza. È questa la chiave per la retta comprensione di Cristo, il cui insegnamento “con autorità” non proviene da un apprendistato umano ricevuto in una scuola, quanto piuttosto dall'immediato contatto con il Padre, che egli vede faccia a faccia e del quale è “la Parola”: «La dimensione cristologica, cioè il mistero del Figlio come rivelatore del Padre, la “cristologia”, è presente in tutti i discorsi e in tutte le azioni di Gesù».
È questa la chiave di lettura dell'evento Cristo consegnatoci dai Vangeli. Nei tre volumi quindi si ha una straordinaria e inedita sintesi di “cristologia prepasquale”, che è sostanzialmente una concreta offerta da parte di Gesù, prima della Pasqua, di tutti gli indizi per una comprensione corretta del suo mistero. Una cristologia che, da parte di Gesù, è già esplicita, ma che, prima della Pasqua, rimane ancora implicita per i discepoli, che lo confesseranno con fede solo nell'incontro con Lui come Risorto.

(©L'Osservatore Romano 30 ottobre 2013)

mercoledì 30 ottobre 2013

Benedetto XVI con la "Capella Vocale Prien" (29 ottobre 2013)

Clicca qui per vedere la nuova foto di Benedetto XVI segnalata da La Vigna del Signore in un tweet. Grazie ad Alessia per la "dritta".



https://twitter.com/vignadelsignore/status/395501197685030912/photo/1

"Chi crede non è mai solo": l'omelia di inizio Pontificato di Benedetto XVI (YouTube)

Grazie allo straordinario lavoro della nostra Gemma rivediamo l'omelia della Santa Messa per l'inizio del Magistero Petrino di Benedetto XVI. Era il 24 aprile 2005.
Si tratta di una vera e propria pietra miliare del Pontificato di Papa Benedetto. In particolare e' un testo a cui io sono personalmente molto legata. Grazie ancora a Gemma :-)
Qui trovate il testo completo dell'omelia.




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L'apparente scelta della Chiesa Cattolica di non utilizzare un linguaggio limpido e "urticante" (Raffaella)

Cari amici, grazie a Luisa vengo a conoscenza di una polemica riguardo agli ultimi interventi di Papa Francesco sulla famiglia. In essi non si trova alcun riferimento al matrimonio come unione fra un uomo ed una donna. Secondo alcuni commentatori la precisazione della natura del matrimonio sarebbe del tutto "superflua" perche' "tanto si sa" che il matrimonio e' solo fra uomo e donna.
Come sarebbe a dire che "si sa"? 
Deduco che Benedetto XVI e Giovanni Paolo II abbiano detto piu' del necessario sotto i loro Pontificati.
Si sono attirati critiche ed insulti perche' insistevano sul matrimonio come unione fra un uomo ed una donna.
Ora leggo che, in fondo, non era necessario insistere perche' tanto "si sa" che il matrimonio e' fra due persone di sesso diverso.
Enno'! Persino molti ricorsi alla Corte Costituzionale mirano ad ottenere una interpretazione "allargata" del termine matrimonio e di quello di famiglia cosi' come sancito dall'art. 29 della nostra Carta Costituzionale che cosi' recita: "La Repubblica riconosce i diritti della famiglia come società naturale fondata sul matrimonio.
Il matrimonio è ordinato sulla eguaglianza morale e giuridica dei coniugi, con i limiti stabiliti dalla legge a garanzia dell'unità familiare".
Non e' quindi superfluo ma diventa fondamentale chiarire sempre che il matrimonio e' fra uomo e donna. 

Poi la Chiesa puo' decidere di non precisare certi concetti per non urtare i media ma questo e' un altro discorso che pero' andrebbe approfondito visto che un linguaggio "docile e poco urticante" fa piacere a tutti, ma puo' determinare tante interpretazioni quante sono le persone che ascoltano o leggono.
Prendiamo per esempio la famosa frase "Chi sono io per giudicare?". L'ho sentita ribadire anche domenica scorsa durante un dibattito televisivo ed il senso della citazione era: "Ciascuno faccia come crede perche' nessuno ci puo' giudicare".
Linguaggio chiaro, limpido ma urticante oppure parole che hanno bisogno di interpretazione a seconda del momento e del commentatore? Alla Chiesa la risposta.
R.

martedì 29 ottobre 2013

Dimissioni in massa al college Maryvale. Che cosa sta accadendo? (Damian Thompson)

Clicca qui per leggere il commento segnalatoci da Mariateresa.
Credo che ci sia materiale su cui riflettere...

La “nuvola” di Papa Benedetto: tutti i suoi tweets

Clicca qui per accedere alla raccolta di messaggi inviati da Benedetto XVI su Twitter.
Giusto per non dimenticare visto che in questi giorni, soprattutto fra sabato e domenica in tanti, troppi, hanno parlato e scritto a vanvera...
Grazie a Gemma per la segnalazione.

sabato 26 ottobre 2013

Premio Joseph Ratzinger 2013. Quell'impresa che vale una vita intera (O.R.)

Premio Joseph Ratzinger 2013

Quell'impresa che vale una vita intera

Il Premio Ratzinger, giunto alla sua terza edizione, è stato consegnato da Papa Francesco al reverendo Richard A. Burridge e a Christian Schaller il 26 ottobre nella Sala Clementina del Palazzo Apostolico. Il cardinale Camillo Ruini, presidente del Comitato scientifico della Fondazione Vaticana Joseph Ratzinger Benedetto XVI ha, nell'occasione, disegnato un breve profilo dei premiati. «Il primo di essi è il biblista inglese professor Richard Burridge, decano del King's College di Londra e ministro della comunione anglicana, il primo cristiano non cattolico a cui viene conferito il Premio Ratzinger», ha ricordato. Nato nel 1955, «Burridge ha studiato a Oxford e ha conseguito il dottorato in teologia all'università di Nottingham. È stato ordinato nel 1986 e ha lavorato come curato in una parrocchia del Kent. Dal 1994 è decano del King's College dove nel 2007 è stato nominato direttore degli Studi del Nuovo Testamento e l'anno seguente ha ottenuto una cattedra personale di Esegesi biblica. Dal 1994 rappresenta l'università di Londra al sinodo generale della Chiesa di Inghilterra». La sua tesi di dottorato, pubblicata nel 1992 con il titolo Cosa sono i Vangeli? Un confronto con le biografie greco-romane «ha esercitato un forte influsso nell'ambito degli studi sul genere letterario dei Vangeli», ha rilevato Ruini, precisando che «Richard Burridge è oggi una figura eminente nel campo degli studi biblici, non solo di lingua inglese. Ha dato in particolare un grande contributo al riconoscimento, storico e teologico, del legame inscindibile dei Vangeli a Gesù di Nazaret».
Il secondo premiato è il teologo tedesco Christian Schaller, laico, docente di teologia dogmatica e vicedirettore dell'Istituto Papa Benedetto XVI di Regensburg. Nato a Monaco di Baviera nel 1967, Schaller, ha ricordato Ruini, ha ottenuto il premio «non solo per il suo contributo agli studi teologici ma anche come riconoscimento del ruolo che sta svolgendo nella pubblicazione dell'opera omnia di Joseph Ratzinger. Questa pubblicazione ha infatti un'importanza primaria per il futuro degli studi ispirati al pensiero di Joseph Ratzinger Benedetto XVI, che è lo scopo centrale della Fondazione».
Da parte sua monsignor Giuseppe Antonio Scotti, presidente del Consiglio di amministrazione della Fondazione, nel suo saluto a Papa Francesco ha definito i premiati «due uomini innamorati di Gesù, oltre che illustri studiosi». La consegna del premio a Burridge e a Schaller -- ha aggiunto -- «vuole sottolineare che in loro, il primato della ricerca che si fa testimonianza, arricchisce e ha reso particolarmente eloquente anche tutta l'attività scientifica». Concludendo, monsignor Scotti si è rivolto a Papa Francesco sottolineando che «il Suo assegnare ora il premio Ratzinger a questi due studiosi avvalora, garantisce e rende luminoso e chiaro davanti a tutti che cercare Gesù e testimoniarlo è un'impresa per la quale vale la pena spendere tutta la propria vita».

(©L'Osservatore Romano 27 ottobre 2013)

Il premio Ratzinger a Burridge e Schaller

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Il premio Ratzinger a Burridge e Schaller

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Premio Ratzinger. Il Papa: Benedetto XVI ha fatto teologia "in ginocchio", i suoi libri risvegliano la fede (R.V.)

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Conferimento del Premio Ratzinger 2013. Discorso di Papa Francesco

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Benedetto XVI incontra la Blaskapelle (Vigna del Signore)



LE ALTRE FOTO SUL PROFILO FACEBOOK DE "LA VIGNA DEL SIGNORE".
Grazie a Laura per la segnalazione :-)

venerdì 25 ottobre 2013

mercoledì 23 ottobre 2013

Simposio internazionale “I Vangeli: storia e cristologia. La ricerca di Joseph Ratzinger” (Roma, 24-26 ottobre)

Riceviamo e con grande piacere e gratitudine pubblichiamo:

Roma, 24-26 ottobre

Simposio internazionale “I Vangeli: storia e cristologia. La ricerca di Joseph Ratzinger”

Un avvenimento dalla spiccata dimensione ecumenica e internazionale, promosso dalla Fondazione Vaticana Joseph Ratzinger-Benedetto XVI.

Il 26 mattina Papa Francesco consegnerà il Premio Ratzinger

Inizierà domani, 24 ottobre, il Simposio internazionale “I Vangeli: storia e cristologia. La ricerca di Joseph Ratzinger”, organizzato dalla Fondazione Vaticana Joseph Ratzinger-Benedetto XVI e dalla Conferenza dei Rettori delle Università Pontificie Romane. La sessione del mattino sarà inaugurata alle ore 9 dai saluti del cardinale Camillo Ruini, presidente del Comitato Scientifico della Fondazione, e dell’arcivescovo Jean-Louis Brugues, presidente del Comitato Organizzativo del Simposio. Il 24 e 25 ottobre i lavori si svolgeranno presso la Pontifica Università Lateranense, per poi concludersi il 26 nell’Aula Nuova del Sinodo in Vaticano.

Il Simposio – il cui obiettivo è focalizzare i grandi temi che trapelano dalla trilogia su Gesù di Nazaret di Joseph Ratzinger-Benedetto XVI – costituisce la prima risposta a livello mondiale delle università al lavoro del Papa emerito, nel momento in cui la sua vita pubblica si è chiusa. Spiccano la sua dimensione ecumenica (fra i relatori del Simposio si contano, oltre ai cattolici, ortodossi, anglicani e docenti di diverse denominazioni protestanti della Germania, della Svizzera, degli Stati Uniti: luterani e calvinisti, presbiteriani ed episcopaliani, metodisti e battisti), e quella internazionale, con l’iscrizione di oltre 350 persone da ogni parte del mondo, tra le quali studenti e ricercatori di oltre 100 università.
Denso il calendario dei lavori (inviato in allegato): nel primo giorno si affronterà il tema della ricerca sul Gesù dei Vangeli, considerando questi ultimi come veri testi storici. Il secondo giorno sarà tutto dedicato alla figura di Gesù che i Vangeli ci presentano e alla teologia in essi contenuta, anche in rapporto ad altri scritti del Nuovo Testamento. Durante la terza giornata, infine, si studierà direttamente la proposta del Gesù di Nazaret di Joseph Ratzinger-Benedetto XVI: il suo spessore, la sua ricezione e la sua eredità.

I relatori che prenderanno la parola domani sono: Bernardo Estrada, Juan Chapa, Richard Burridge al mattino, e nel pomeriggio Yves Simoens, Richard Bauckham, Stanley Porter, Eugenio Alliata e Armand Puig i Tàrrech.

L’anglicano Richard Burridge è vincitore, insieme a Christian Schaller, della terza edizione del Premio Ratzinger, che sarà loro consegnato da Papa Francesco, a conclusione del Simposio, il 26 ottobre alle ore 12 nella Sala Clementina del Palazzo Apostolico.

www.fondazioneratzinger.va

Benedetto XVI ed il suo amore per gli animali: istantanee musicali (You Tube)

Grazie al bellissimo lavoro della nostra Gemma vediamo questa raccolta di foto, con sottofondo musicale, che ritraggono Benedetto XVI in compagnia dei suoi (e nostri) amici animali. Bellissimo il sottofondo musicale.




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Gaenswein: «Tra il Papa e Ratzinger un rapporto di stima e affetto»

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Da notare la scelta del titolo...

Apologia disincantata (Burini)

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sabato 19 ottobre 2013

Tutti gli animali di Joseph Ratzinger. Un'intervista a monsignor Xuereb (O.R.)

Un'intervista a monsignor Xuereb

Tutti gli animali di Joseph Ratzinger

Joseph Ratzinger «non ha amore solo per i gatti ma per tutti gli animali». Lo dice monsignor Alfred Xuereb -- oggi segretario di Papa Francesco dopo aver fatto parte della segreteria particolare di Benedetto XVI negli ultimi sei anni del pontificato -- in un'intervista a Radio Vaticana in margine alla presentazione della raccolta antologica Per una ecologia dell'uomo (Città del Vaticano, Libreria Editrice Vaticana, 2012, pagine 230, euro 12) avvenuta il 18 ottobre a Pordenone. «La prima immagine che mi viene in mente -- spiega descrivendo un inedito ma tutt'altro che sorprendente Joseph Ratzinger -- è che si scioglieva davanti agli animali, alla natura; gli piaceva stare fuori quando uscivamo, per fare una scampagnata, anche quando veniva suo fratello dalla Germania». In una circostanza, parlando dei santi che l'iconografia raffigura con un animale accanto, Benedetto XVI gli aveva confidato: «Alfred, non solo questi santi sono simpatici, ma diventano più umani». Monsignor Xuereb racconta poi l'inaspettato “incontro” con un merlo bianco avvenuto qualche anno fa durante la preghiera quotidiana del rosario recitato con Papa Ratzinger nei giardini vaticani. E rivela che fu lo stesso Pontefice a chiedergli di immortalare in qualche foto il raro esemplare di pennuto albino. Scatti che finirono -- ricorda -- sulle pagine dell'Osservatore Romano dell'11 dicembre 2009.

(©L'Osservatore Romano 20 ottobre 2013)

mercoledì 16 ottobre 2013

Benedetto XVI accoglie la statua della Madonna di Fatima: istantanee musicali (YouTube)

Grazie al lavoro della nostra imbattibile Gemma vediamo questo montaggio con le foto dell'accoglienza della statua della Madonna di Fatima da parte di Benedetto XVI. Bellissimo il sottofondo musicale. Le foto sono tratte dal sito dell'Osservatore Romano e recano il simbolo del diritto d'autore  
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sabato 12 ottobre 2013

La statua della Madonna di Fatima è arrivata a Roma. Anche Benedetto XVI la venererà nella Cappella della sua residenza

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Papa: statua Madonna di Fatima sostera' anche davanti a monastero Ratzinger

Città del Vaticano, 12 ott. (Adnkronos) - La statua originale della Madonna di Fatima sosterà anche davanti al monastero Mater Ecclesiae per consentire a Benedetto XVI un personale momento di preghiera. 

Le tentazioni di un Magistero (Il Foglio)

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venerdì 11 ottobre 2013

Parla Ganswein: "Chiesi a Benedetto di non mollare" (Matzuzzi)

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L’arcivescovo Gänswein: la diversità tra Benedetto e Francesco è una ricchezza per la Chiesa (Ambrogetti)

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Inaugurazione dell'Anno della Fede: i momenti più emozionanti con sottofondo musicale (video YouTube)

Inaugurazione dell'Anno della Fede: omelia di Papa Benedetto XVI (video YouTube)

Grazie al lavoro della nostra Gemma rivediamo la registrazione dell'omelia tenuta da Benedetto XVI l'11 ottobre 2012. Di seguito trovate la trascrizione del testo.



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SANTA MESSA PER L’APERTURA DELL’ANNO DELLA FEDE, 11.10.2012

Alle ore 10 di questa mattina, sul Sagrato della Basilica Vaticana, il Santo Padre Benedetto XVI presiede la Celebrazione Eucaristica in occasione dell’apertura dell’Anno della fede. Concelebrano con il Santo Padre i Cardinali, i Patriarchi e gli Arcivescovi Maggiori delle Chiese Orientali Cattoliche, i Vescovi Padri Sinodali, i Presidenti delle Conferenze Episcopali di tutto il mondo e alcuni Vescovi che parteciparono in qualità di Padri ai lavori del Concilio Ecumenico Vaticano II, che si aprirono esattamente 50 anni fa, l’11 ottobre 1962.
Alla Celebrazione Eucaristica sono presenti il Patriarca Ecumenico Sua Santità Bartolomeo I e l’Arcivescovo di Canterbury e Primate della Comunione Anglicana, Sua Grazia Rowan Williams.
Al termine della Santa Messa il Santo Padre consegna ad alcuni fedeli i messaggi del Concilio Ecumenico Vaticano II all’umanità e il Catechismo della Chiesa Cattolica.
Pubblichiamo di seguito il testo dell’omelia che il Papa pronuncia dopo la proclamazione del Santo Vangelo e il testo del saluto che il Patriarca Ecumenico S.S. Bartolomeo I rivolge al termine della Santa Messa:

OMELIA DEL SANTO PADRE

Venerati Fratelli, 
cari fratelli e sorelle! 


Con grande gioia oggi, a 50 anni dall’apertura del Concilio Ecumenico Vaticano II, diamo inizio all’Anno della fede.
Sono lieto di rivolgere il mio saluto a tutti voi, in particolare a Sua Santità Bartolomeo I, Patriarca di Costantinopoli, e a Sua Grazia Rowan Williams, Arcivescovo di Canterbury. Un pensiero speciale ai Patriarchi e agli Arcivescovi Maggiori delle Chiese Orientali Cattoliche, e ai Presidenti delle Conferenze Episcopali. 


Per fare memoria del Concilio, che alcuni di noi qui presenti – che saluto con particolare affetto - hanno avuto la grazia di vivere in prima persona, questa celebrazione è stata arricchita di alcuni segni specifici: la processione iniziale, che ha voluto richiamare quella memorabile dei Padri conciliari quando entrarono solennemente in questa Basilica; l’intronizzazione dell’Evangeliario, copia di quello utilizzato durante il Concilio; la consegna dei sette Messaggi finali del Concilio e quella del Catechismo della Chiesa Cattolica, che farò al termine, prima della Benedizione. Questi segni non ci fanno solo ricordare, ma ci offrono anche la prospettiva per andare oltre la commemorazione. Ci invitano ad entrare più profondamente nel movimento spirituale che ha caratterizzato il Vaticano II, per farlo nostro e portarlo avanti nel suo vero senso. E questo senso è stato ed è tuttora la fede in Cristo, la fede apostolica, animata dalla spinta interiore a comunicare Cristo ad ogni uomo e a tutti gli uomini nel pellegrinare della Chiesa sulle vie della storia.

L’Anno della fede che oggi inauguriamo è legato coerentemente a tutto il cammino della Chiesa negli ultimi 50 anni: dal Concilio, attraverso il Magistero del Servo di Dio Paolo VI, il quale indisse un «Anno della fede» nel 1967, fino al Grande Giubileo del 2000, con il quale il Beato Giovanni Paolo II ha riproposto all’intera umanità Gesù Cristo quale unico Salvatore, ieri, oggi e sempre. Tra questi due Pontefici, Paolo VI e Giovanni Paolo II, c’è stata una profonda e piena convergenza proprio su Cristo quale centro del cosmo e della storia, e sull’ansia apostolica di annunciarlo al mondo. Gesù è il centro della fede cristiana. Il cristiano crede in Dio mediante Gesù Cristo, che ne ha rivelato il volto. Egli è il compimento delle Scritture e il loro interprete definitivo. Gesù Cristo non è soltanto oggetto della fede, ma, come dice la Lettera agli Ebrei, è «colui che dà origine alla fede e la porta a compimento» (12,2).

Il Vangelo di oggi ci dice che Gesù Cristo, consacrato dal Padre nello Spirito Santo, è il vero e perenne soggetto dell’evangelizzazione. «Lo Spirito del Signore è sopra di me; per questo mi ha consacrato con l’unzione e mi ha mandato a portare ai poveri il lieto annuncio» (Lc 4,18). Questa missione di Cristo, questo suo movimento continua nello spazio e nel tempo, attraversa i secoli e i continenti. E’ un movimento che parte dal Padre e, con la forza dello Spirito, va a portare il lieto annuncio ai poveri di ogni tempo – poveri in senso materiale e spirituale. La Chiesa è lo strumento primo e necessario di questa opera di Cristo, perché è a Lui unita come il corpo al capo. «Come il Padre ha mandato me, anche io mando voi» (Gv 20,21). Così disse il Risorto ai discepoli, e soffiando su di loro aggiunse: «Ricevete lo Spirito Santo» (v. 22). E’ Dio il principale soggetto dell’evangelizzazione del mondo, mediante Gesù Cristo; ma Cristo stesso ha voluto trasmettere alla Chiesa la propria missione, e lo ha fatto e continua a farlo sino alla fine dei tempi infondendo lo Spirito Santo nei discepoli, quello stesso Spirito che si posò su di Lui e rimase in Lui per tutta la sua vita terrena, dandogli la forza di «proclamare ai prigionieri la liberazione e ai ciechi la vista», di «rimettere in libertà gli oppressi» e di «proclamare l’anno di grazia del Signore» (Lc 4,18-19).

Il Concilio Vaticano II non ha voluto mettere a tema la fede in un documento specifico. E tuttavia, esso è stato interamente animato dalla consapevolezza e dal desiderio di doversi, per così dire, immergere nuovamente nel mistero cristiano, per poterlo riproporre efficacemente all’uomo contemporaneo. Al riguardo, così si esprimeva il Servo di Dio Paolo VI due anni dopo la conclusione dell’Assise conciliare: «Se il Concilio non tratta espressamente della fede, ne parla ad ogni pagina, ne riconosce il carattere vitale e soprannaturale, la suppone integra e forte, e costruisce su di essa le sue dottrine. Basterebbe ricordare [alcune] affermazioni conciliari (…) per rendersi conto dell’essenziale importanza che il Concilio, coerente con la tradizione dottrinale della Chiesa, attribuisce alla fede, alla vera fede, quella che ha per sorgente Cristo e per canale il magistero della Chiesa» (Catechesi nell’Udienza generale dell’8 marzo 1967). Così Paolo VI nel 1967.

Ma dobbiamo ora risalire a colui che convocò il Concilio Vaticano II e che lo inaugurò: il Beato Giovanni XXIII. Nel Discorso di apertura, egli presentò il fine principale del Concilio in questi termini: «Questo massimamente riguarda il Concilio Ecumenico: che il sacro deposito della dottrina cristiana sia custodito e insegnato in forma più efficace. (…) Lo scopo principale di questo Concilio non è, quindi, la discussione di questo o quel tema della dottrina… Per questo non occorreva un Concilio… E’ necessario che questa dottrina certa ed immutabile, che deve essere fedelmente rispettata, sia approfondita e presentata in modo che risponda alle esigenze del nostro tempo» (AAS 54 [1962], 790.791-792). Così Papa Giovanni all'inizio del Concilio.
Alla luce di queste parole, si comprende quello che io stesso allora ho avuto modo di sperimentare: durante il Concilio vi era una tensione commovente nei confronti del comune compito di far risplendere la verità e la bellezza della fede nell’oggi del nostro tempo, senza sacrificarla alle esigenze del presente né tenerla legata al passato: nella fede risuona l’eterno presente di Dio, che trascende il tempo e tuttavia può essere accolto da noi solamente nel nostro irripetibile oggi. Perciò ritengo che la cosa più importante, specialmente in una ricorrenza significativa come l’attuale, sia ravvivare in tutta la Chiesa quella positiva tensione, quell’anelito a riannunciare Cristo all’uomo contemporaneo. 
Ma affinché questa spinta interiore alla nuova evangelizzazione non rimanga soltanto ideale e non pecchi di confusione, occorre che essa si appoggi ad una base concreta e precisa, e questa base sono i documenti del Concilio Vaticano II, nei quali essa ha trovato espressione. Per questo ho più volte insistito sulla necessità di ritornare, per così dire, alla «lettera» del Concilio – cioè ai suoi testi – per trovarne l’autentico spirito, e ho ripetuto che la vera eredità del Vaticano II si trova in essi. Il riferimento ai documenti mette al riparo dagli estremi di nostalgie anacronistiche e di corse in avanti, e consente di cogliere la novità nella continuità. Il Concilio non ha escogitato nulla di nuovo come materia di fede, né ha voluto sostituire quanto è antico. Piuttosto si è preoccupato di far sì che la medesima fede continui ad essere vissuta nell’oggi, continui ad essere una fede viva in un mondo in cambiamento.
Se ci poniamo in sintonia con l’impostazione autentica, che il Beato Giovanni XXIII volle dare al Vaticano II, noi potremo attualizzarla lungo questo Anno della fede, all’interno dell’unico cammino della Chiesa che continuamente vuole approfondire il bagaglio della fede che Cristo le ha affidato. I Padri conciliari volevano ripresentare la fede in modo efficace; e se si aprirono con fiducia al dialogo con il mondo moderno è proprio perché erano sicuri della loro fede, della salda roccia su cui poggiavano. Invece, negli anni seguenti, molti hanno accolto senza discernimento la mentalità dominante, mettendo in discussione le basi stesse del depositum fidei, che purtroppo non sentivano più come proprie nella loro verità.

Se oggi la Chiesa propone un nuovo Anno della fede e la nuova evangelizzazione, non è per onorare una ricorrenza, ma perché ce n’è bisogno, ancor più che 50 anni fa! E la risposta da dare a questo bisogno è la stessa voluta dai Papi e dai Padri del Concilio e contenuta nei suoi documenti. Anche l’iniziativa di creare un Pontificio Consiglio destinato alla promozione della nuova evangelizzazione, che ringrazio dello speciale impegno per l’Anno della fede, rientra in questa prospettiva. In questi decenni è avanzata una «desertificazione» spirituale. 

Che cosa significasse una vita, un mondo senza Dio, ai tempi del Concilio lo si poteva già sapere da alcune pagine tragiche della storia, ma ora purtroppo lo vediamo ogni giorno intorno a noi. E’ il vuoto che si è diffuso. Ma è proprio a partire dall’esperienza di questo deserto, da questo vuoto che possiamo nuovamente scoprire la gioia di credere, la sua importanza vitale per noi uomini e donne. 
Nel deserto si riscopre il valore di ciò che è essenziale per vivere; così nel mondo contemporaneo sono innumerevoli i segni, spesso espressi in forma implicita o negativa, della sete di Dio, del senso ultimo della vita. E nel deserto c’è bisogno soprattutto di persone di fede che, con la loro stessa vita, indicano la via verso la Terra promessa e così tengono desta la speranza. La fede vissuta apre il cuore alla Grazia di Dio che libera dal pessimismo.
Oggi più che mai evangelizzare vuol dire testimoniare una vita nuova, trasformata da Dio, e così indicare la strada. La prima Lettura ci ha parlato della sapienza del viaggiatore (cfr Sir 34,9-13): il viaggio è metafora della vita, e il sapiente viaggiatore è colui che ha appreso l’arte di vivere e la può condividere con i fratelli – come avviene ai pellegrini lungo il Cammino di Santiago, o sulle altre Vie che non a caso sono tornate in auge in questi anni. Come mai tante persone oggi sentono il bisogno di fare questi cammini? Non è forse perché qui trovano, o almeno intuiscono il senso del nostro essere al mondo? Ecco allora come possiamo raffigurare questo Anno della fede: un pellegrinaggio nei deserti del mondo contemporaneo, in cui portare con sé solo ciò che è essenziale: non bastone, né sacca, né pane, né denaro, non due tuniche – come dice il Signore agli Apostoli inviandoli in missione (cfr Lc 9,3), ma il Vangelo e la fede della Chiesa, di cui i documenti del Concilio Ecumenico Vaticano II sono luminosa espressione, come pure lo è il Catechismo della Chiesa Cattolica, pubblicato 20 anni or sono.
Venerati e cari Fratelli, l’11 ottobre 1962 si celebrava la festa di Maria Santissima Madre di Dio. A Lei affidiamo l’Anno della fede, come ho fatto una settimana fa recandomi pellegrino a Loreto. La Vergine Maria brilli sempre come stella sul cammino della nuova evangelizzazione. Ci aiuti a mettere in pratica l’esortazione dell’apostolo Paolo: «La parola di Cristo abiti tra voi nella sua ricchezza. Con ogni sapienza istruitevi e ammonitevi a vicenda… E qualunque cosa facciate, in parole e in opere, tutto avvenga nel nome del Signore Gesù, rendendo grazie per mezzo di Lui a Dio Padre» (Col 3,16-17). Amen.

© Copyright 2012 - Libreria Editrice Vaticana

La nostra epurazione da Radio Maria (Gnocchi e Palmaro)

Clicca qui per leggere il testo segnalatoci da Laura.

Inaugurazione dell'Anno della Fede: i momenti più emozionanti con sottofondo musicale (video YouTube)

Grazie al lavoro della nostra Gemma rivediamo le immagini con sottofondo musicale risalenti esattamente ad un anno fa.
L'11 ottobre 2012 Benedetto XVI inaugurava l'Anno della Fede in occasione del 50° anniversario dell'apertura del Concilio Vaticano II.


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L'articolo che è costato ad Alessandro Gnocchi e Mario Palmaro l'estromissione da Radio Maria

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Quelli che sostengono che oggi tutti abbiano voce nella chiesa hanno qualche commento da fare? 

Vedi anche:

Dopo l’articolo sul Papa, Gnocchi e Palmaro estromessi da Radio Maria (Chiesa e post concilio)

mercoledì 9 ottobre 2013

Il mistero dei sigilli spezzati in Vaticano (Peloso)

Clicca qui per leggere il commento segnalatoci da Laura.

Faggioli compila la lista degli oppositori di Papa Francesco. C'è anche il nostro blog...

Clicca qui per leggere l'articolo segnalatoci da Antonio.
Preciso immediatamente un concetto visto che in tutti questi anni, evidentemente, non sono stata abbastanza chiara: nessuno dei blog da me gestiti aveva o ha carattere ufficiale o semiufficiale.
Gli spazi virtuali aperti sotto il Pontificato di Benedetto XVI non hanno mai avuto il benestare, il consenso e tanto meno il sostegno di alcuno se non di coloro che liberamente hanno partecipato all'iniziativa.
Si e' trattato e si tratta di una iniziativa a titolo squisitamente personale, dettata semplicemente dalla volontà di sostenere e promuovere, nel nostro piccolo, l'attività ed il lavoro di Papa Joseph Ratzinger. 
Nessuno ci ha mai imbeccato. 
Capisco che sia dura da digerire, che sia difficile accettare che un gruppo di persone abbia svolto un lavoro per anni semplicemente per affetto ma e' cosi'.
La prova sta nel fatto che, esaurito il compito, l'attivita' dei blog si e' ridotta in modo visibile ed inconfutabile. 
Non trovo equo e nemmeno onesto compilare "liste" dei buoni e dei cattivi. Immaginiamo solo che cosa sarebbe accaduto se simili elenchi fossero stati scritti contro altri soggetti e in diverse circostanze...
Mi fermo qui.
Raffaella

Cattolici in rivolta nel campus dei gesuiti dai princìpi molto negoziabili (Matzuzzi)

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lunedì 7 ottobre 2013

Il Papato informale ed i suoi rischi (Gagliarducci)

Clicca qui per leggere il commento segnalatoci da Mariateresa. Qui una traduzione sommaria.
Il fatto che i curiali possano essere a disagio non solo non suscita in me alcun senso di pieta' ma spero che le cose peggiorino ancora :-)
Dopo il trattamento riservato a Papa Benedetto non penso che qualcuno possa provare alcuna "tenerezza" per certi soggetti. 
Come dice il Poeta: chi e' causa del suo mal...
L'atteggiamento di Papa Francesco rafforza l'immagine che i media hanno sempre dato della curia? Ci sara' un motivo...

venerdì 4 ottobre 2013

Una preghiera per i morti, i dispersi ed i feriti della strage di Lampedusa

Non ci sono parole per descrivere quanto e' successo.
Affidiamo alla preghiera i morti, i dispersi ed i feriti vittime della strage di Lampedusa.
Raffaella

mercoledì 2 ottobre 2013

Lino Banfi ricevuto da Benedetto XVI

Vi riporto un tweet del giornalista Gabriele Parpiglia: 

Gabriele Parpiglia ‏@GParpiglia 

Il nonno d'Italia Lino Banfi a @rtl1025 'sono stato ricevuto per 35 minuti da Ratzinger. Sta bene. Legge e suona il piano'.

Grazie a Elisabetta per la segnalazione :-)

L’intenerimento del mondo secolare per il cuore gesuita (Ferrara)

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L'intenerimento del NYT ed affini e' un mistero, Ferrara? Suvvia...e' talmente chiara la ragione di questo atteggiamento :-)