sabato 11 novembre 2017

Pare che…(Valli)

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Il testo è esilarante ma anche ricco di spunti di riflessione...

venerdì 3 novembre 2017

Caso Weinandy (e tanti altri). Questa chiesa è troppo misericordiosa per me (Raffaella)

Cari amici,
il caso Weinandy (clicca qui) è solo l'ultimo in ordine di tempo. In questi anni quante di queste rimozioni e quanti "inviti" alle dimissioni abbiamo visto?
Eppure nessuno fiata. I mass media tacciono come tace la maggioranza dei preti, dei vescovi e dei cardinali.
Che cosa sarebbe successo se ai tempi di Benedetto XVI si fosse agito in questo modo? Non oso immaginare le vesti stracciate e i capelli strappati. Ora invece tutto va bene perché fa comodo così.
Bella coerenza, complimenti!
Peggio per loro (media e clero) perché, se al prossimo giro le cose dovessero cambiare, non potranno prendersela nuovamente con le vesti e i capelli, pena l'accusa di doppiopesismo e incoerenza. Certo...sappiamo bene che accuse del genere non li fermererebbero :-)
Quindi prepariamoci: se al prossimo giro la Chiesa tornerà a essere invisa al mondo, riprenderanno gli strali contro Papa e Vaticano. Insomma: tornerà tutto alla normalità :-)
Noi però ci troviamo a commentare il presente.
Strana questa chiesa così misericordiosa con molti (ma non con tutti), che si dice pronta anche ad accogliere le critiche (purché siano rivolte agli avversari) e ad ascoltare chiunque (purchè sia in sintonia con il nuovo corso).
Sì, è davvero strana, ma è colpa mia: questo eccesso di misericordia non fa per me :-)
Preferivo i vecchi autunni e i lontani inverni, quando la Chiesa veniva osteggiata da Scalfari, dai radicali e dai media (che piacciono alla gente che piace), ma che permetteva a un card. Martini di definirsi addirittura un ante Papa, a un don qualunque di andare in tv a sparlare del Pontefice, a una qualunque comica di prendersela con il Vaticano una settimana sì e l'altra pure, a un Kung di rilasciare interviste al vetriolo (poi puntualmente tradotte in italiano dal quotidiano diventato ora l'organo ufficioso delle sacre stanze) ecc. ecc. ecc.
Eh sì...è colpa mia! Purtroppo sono convinta che recitare un Rosario non sia MAI una provocazione e che, anzi, dovremmo farlo tutti e sempre più spesso.
Vedo sempre più lontana questa chiesa dall'alto tasso di benevolenza e penso che questo sia un male. Finchè ci si confronta, si dialoga e si muovono critiche, anche dure (noi del blog l'abbiamo sempre fatto con la curia, per esempio), si può essere sicuri che c'è interesse e affetto per l'istituzione (non mi riferisco alla fede ovviamente). Quando si passa all'alzata di spalle e al disinteresse, non c'è nulla di cui rallegrarsi.
Leggo che in tanti, non solo fra i preti ma anche fra i vescovi, la pensano come Weinandy e allora mi chiedo: perché non parlano? Per paura? Non è un atteggiamento corretto permettere che sia solo uno a mettere la faccia e la firma su una lettera garantendo solo un appoggio "esterno" e anonimo.
D'altra parte i cultori del nuovo corso non possono dormire sonni tranquilli.
Se mai la pax mediatica si dovesse incrinare o se, per qualsiasi ragione, la primavera dovesse in qualche modo venire turbata da venti o tempeste, gli araldi della rivoluzione sarebbero i primi a cambiare bandiera. 
Chi ora tace per paura sfogherebbe in un attimo la propria rabbia.
Chi brama e trama per un posto al sole non esiterebbe un secondo a saltare sul carro del vincitore.
Tutta questa struttura misericordiosa mi ricorda un po' il classico gigante con i piedi di argilla o, se vogliamo, il più banale castello di sabbia.
Le rimozioni e gli inviti alle dimissioni mi ricordano, invece, uno dei capolavori di Agatha Christie, "Dieci piccoli indiani".
Chi ha letto il libro o ha visto una delle tante rappresentazioni teatrali e cinematografiche sa benissimo come la storia va a finire :-)
R.

Dialogo e misericordia colpiscono ancora. Dimesso il teologo Thomas Weinandy (Tosatti e Magister)

Clicca qui per leggere la notizia e il commento di Marco Tosatti.
Qui il testo della lettera di Thomas Weinandy.

giovedì 2 novembre 2017

Benedetto XVI: La morte apre alla vita, a quella eterna, che non è un infinito doppione del tempo presente, ma qualcosa di completamente nuovo (YouTube)



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Il 3 novembre 2012, in occasione della Santa Messa in suffragio dei vescovi e dei cardinali defunti durante l'anno, Benedetto XVI tenne un'omelia sul vero significato della morte per un cristiano.
Il testo si trova qui.
Oggi ricordiamo particolarmente tutti i nostri cari defunti che si sono addormentati nell'attesa della Risurrezione e in modo speciale la nostra Mariateresa.
Grazie come sempre a Gemma per il video!
R.

La trascrizione:

"Nei nostri cuori è presente e vivo il clima della comunione dei Santi e della commemorazione dei fedeli defunti, che la liturgia ci ha fatto vivere in modo intenso nelle celebrazioni dei  giorni scorsi. 
In particolare, la visita ai cimiteri ci ha permesso di rinnovare il legame con le persone care che ci hanno lasciato; la morte, paradossalmente, conserva ciò che la vita non può trattenere. 
Come i nostri defunti hanno vissuto, che cosa hanno amato, temuto e sperato, che cosa hanno rifiutato, lo scopriamo, infatti, in modo singolare proprio dalle tombe, che sono rimaste quasi come uno specchio della loro esistenza, del loro mondo: esse ci interpellano e ci inducono a riannodare un dialogo che la morte ha messo in crisi. 
Così, i luoghi della sepoltura costituiscono come una sorta di assemblea, nella quale i vivi incontrano i propri defunti e con loro rinsaldano i vincoli di una comunione che la morte non ha potuto interrompere. 
E qui a Roma, in quei cimiteri peculiari che sono le catacombe, avvertiamo, come in nessun altro luogo, i legami profondi con la cristianità antica, che sentiamo così vicina. Quando ci inoltriamo nei corridoi delle catacombe romane - come pure in quelli dei cimiteri delle nostre città e dei nostri paesi -, è come se noi varcassimo una soglia immateriale ed entrassimo in comunicazione con coloro che lì custodiscono il loro passato, fatto di gioie e di dolori, di sconfitte e di speranze. Ciò avviene, perché la morte riguarda l’uomo di oggi esattamente come quello di allora; e anche se tante cose dei tempi passati ci sono diventate estranee, la morte è rimasta la stessa.

Di fronte a questa realtà, l’essere umano di ogni epoca cerca uno spiraglio di luce che faccia sperare, che parli ancora di vita, e anche la visita alle tombe esprime questo desiderio. 
Ma come rispondiamo noi cristiani alla questione della morte? Rispondiamo con la fede in Dio, con uno sguardo di solida speranza che si fonda sulla Morte e Risurrezione di Gesù Cristo. Allora la morte apre alla vita, a quella eterna, che non è un infinito doppione del tempo presente, ma qualcosa di completamente nuovo. La fede ci dice che la vera immortalità alla quale aspiriamo non è un’idea, un concetto, ma una relazione di comunione piena con il Dio vivente: è lo stare nelle sue mani, nel suo amore, e diventare in Lui una cosa sola con tutti i fratelli e le sorelle che Egli ha creato e redento, con l’intera creazione. 
La nostra speranza allora riposa sull’amore di Dio che risplende nella Croce di Cristo e che fa risuonare nel cuore le parole di Gesù al buon ladrone: «Oggi con me sarai nel paradiso» (Lc 23,43). 
Questa è la vita giunta alla sua pienezza: quella in Dio; una vita che noi ora possiamo soltanto intravedere come si scorge il cielo sereno attraverso la nebbia".