giovedì 21 settembre 2017

Concistoro 2006 per la creazione di 15 cardinali (fra cui Carlo Caffarra). Benedetto XVI: Il primo “Servo dei servi di Dio” è dunque Gesù. Dietro di Lui, e uniti a Lui, gli Apostoli; e tra questi, in modo speciale, Pietro, al quale il Signore ha affidato la responsabilità di guidare il suo gregge



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Il 24 marzo 2006 Benedetto XVI creò quindici nuovi cardinali fra cui il compianto Carlo Caffarra, allora arcivescovo di Bologna. In quella occasione tenne un'omelia molto intensa sul compito del Papa, dei vescovi e dei cardinali.
Grazie come sempre a Gemma :-)

CONCISTORO ORDINARIO PUBBLICO PER LA CREAZIONE DI NUOVI CARDINALI

OMELIA DI SUA SANTITÀ BENEDETTO XVI

Piazza San Pietro
Venerdì, 24 marzo 2006

Venerati Cardinali, Patriarchi e Vescovi,
illustri Signori e Signore,
cari fratelli e sorelle!

In questa vigilia della solennità dell’Annunciazione del Signore, il clima penitenziale della Quaresima lascia spazio alla festa: oggi, infatti, il Collegio dei Cardinali si arricchisce di quindici nuovi membri. Anzitutto a voi, cari Fratelli, che ho avuto la gioia di creare Cardinali, rivolgo il mio saluto con viva cordialità, mentre ringrazio il Card. William Joseph Levada per i sentimenti e i pensieri che a nome di tutti voi mi ha poc’anzi espresso. Sono lieto poi di salutare gli altri Signori Cardinali, i venerati Patriarchi, i Vescovi, i sacerdoti, i religiosi e le religiose e i numerosi fedeli, in modo particolare i familiari, qui convenuti per fare corona, nella preghiera e nella gioia cristiana, ai nuovi Porporati. Con speciale riconoscenza accolgo le distinte Autorità governative e civili, che rappresentano diverse Nazioni e Istituzioni. Il Concistoro Ordinario pubblico è un avvenimento che manifesta con grande eloquenza la natura universale della Chiesa, diffusa in ogni angolo del mondo per annunciare a tutti la Buona Novella di Cristo Salvatore. L’amato Giovanni Paolo II ne celebrò ben nove, contribuendo così in maniera determinante a rinnovare il Collegio Cardinalizio, secondo gli orientamenti che il Concilio Vaticano II e il Servo di Dio Paolo VI avevano dato. Se è vero che nel corso dei secoli molte cose sono mutate per quanto concerne il Collegio cardinalizio, non sono però cambiate la sostanza e la natura essenziale di questo importante organismo ecclesiale. Le sue antiche radici, il suo sviluppo storico e l’odierna sua composizione ne fanno veramente una sorta di “Senato”, chiamato a cooperare strettamente con il Successore di Pietro nell’adempimento dei compiti connessi con l’universale suo ministero apostolico.

La Parola di Dio, che poc’anzi è stata proclamata, ci porta indietro nel tempo. Con l’evangelista Marco siamo risaliti all’origine stessa della Chiesa e, in particolare, all’origine del ministero petrino. Con gli occhi del cuore abbiamo rivisto il Signore Gesù, a lode e gloria del quale l’atto che stiamo compiendo è totalmente orientato e dedicato. Egli ci ha detto parole che ci hanno richiamato alla mente la definizione del Romano Pontefice cara a san Gregorio Magno: “Servus servorum Dei”. Infatti, Gesù, spiegando ai dodici Apostoli che la loro autorità avrebbe dovuto essere esercitata in modo ben diverso da quello dei “capi delle nazioni”, riassume tale modalità nello stile del servizio: “Chi vuol essere grande tra voi si farà vostro servitore (διάκονος); e chi vuol essere il primo tra voi sarà il servo di tutti (qui Gesù usa la parola più forte: δουλος)” (Mc 10,43-44). La totale e generosa disponibilità nel servire gli altri è il segno distintivo di chi nella Chiesa è posto in autorità, perché così è stato per il Figlio dell’uomo, il quale non venne “per essere servito, ma per servire e dare la propria vita in riscatto per molti” (Mc 10, 45). Pur essendo Dio, anzi, spinto proprio dalla sua divinità, Egli assunse la forma di servo – “formam servi” -, come mirabilmente si esprime l’inno a Cristo contenuto nella Lettera ai Filippesi (cfr 2,6-7).

Il primo “Servo dei servi di Dio” è dunque Gesù. Dietro di Lui, e uniti a Lui, gli Apostoli; e tra questi, in modo speciale, Pietro, al quale il Signore ha affidato la responsabilità di guidare il suo gregge. Compito del Papa è di farsi per primo servitore di tutti. La testimonianza di tale atteggiamento emerge chiaramente dalla prima Lettura di questa Liturgia, che ci ripropone un’esortazione di Pietro ai “presbiteri” e agli anziani della comunità (cfr 1 Pt 5,1). E’ un’esortazione fatta con quell’autorità che all’Apostolo deriva dall’essere stato testimone delle sofferenze di Cristo, Buon Pastore. Si sente che le parole di Pietro provengono dall’esperienza personale del servizio al gregge di Dio, ma prima e più ancora si fondano sull’esperienza diretta del comportamento di Gesù: del suo modo di servire fino al sacrificio di sé, del suo umiliarsi fino alla morte e alla morte di croce, confidando solo nel Padre, che lo ha esaltato al tempo opportuno. Pietro, come Paolo, è stato intimamente “conquistato” da Cristo – “comprehensus sum a Christo Iesu” (cfr Fil 3,12) -, e come Paolo può esortare gli anziani con piena autorevolezza, perché non è più lui che vive, ma Cristo vive in lui – “vivo autem iam non ego, vivit vero in me Christus” (Gal 2,20).

Sì, venerati e cari Fratelli, quanto afferma il Principe degli Apostoli si addice particolarmente a chi è chiamato a vestire la porpora cardinalizia: “Esorto gli anziani che sono tra voi, quale anziano come loro, testimone delle sofferenze di Cristo e partecipe della gloria che deve manifestarsi” (1 Pt 5,1). Sono parole che, anche nella loro struttura essenziale, richiamano il mistero pasquale, particolarmente presente al nostro cuore in questi giorni di Quaresima. San Pietro le riferisce a se stesso in quanto “anziano come loro” (συμπρεσβύτερος), lasciando con ciò intendere che l’anziano nella Chiesa, il presbitero, per l’esperienza accumulata negli anni e per le prove affrontate e superate, deve essere particolarmente “sintonizzato” con l’intimo dinamismo del mistero pasquale. Quante volte, cari Fratelli che avete poc'anzi ricevuto la dignità cardinalizia, avete trovato in queste parole motivo di meditazione e di spirituale stimolo a seguire le orme del Signore crocifisso e risorto! Esse avranno un’ulteriore e impegnativa conferma in ciò che la nuova responsabilità esigerà da voi. Più strettamente legati al Successore di Pietro, sarete chiamati a collaborare con lui nell’adempimento del suo peculiare servizio ecclesiale, e ciò significherà per voi una più intensa partecipazione al mistero della Croce nella condivisione delle sofferenze di Cristo. E noi tutti siamo realmente testimoni delle sue sofferenze oggi, nel mondo e anche nella Chiesa, e proprio così siamo anche partecipi della sua gloria. Questo vi consentirà di attingere più abbondantemente alle sorgenti della grazia e di diffonderne intorno a voi più efficacemente i frutti benefici.

Venerati e cari Fratelli, vorrei riassumere il senso di questa vostra nuova chiamata nella parola che ho posto al centro della mia prima Enciclica: caritas. Essa ben si associa anche al colore dell’abito cardinalizio. La porpora che indossate sia sempre espressione della caritas Christi, stimolandovi ad un amore appassionato per Cristo, per la sua Chiesa e per l’umanità. Avete ora un ulteriore motivo per cercare di rivivere gli stessi sentimenti che spinsero il Figlio di Dio fatto uomo a versare il suo sangue in espiazione dei peccati dell’intera umanità. Conto su di voi, venerati Fratelli, conto sull’intero Collegio di cui entrate a far parte, per annunciare al mondo che “Deus caritas est”, e per farlo anzitutto mediante la testimonianza di sincera comunione tra i cristiani: “Da questo – disse Gesù – tutti sapranno che siete miei discepoli, se avrete amore gli uni per gli altri” (Gv 13,35). Conto su di voi, cari Fratelli Cardinali, per far sì che il principio della carità possa irradiarsi e riesca a vivificare la Chiesa in ogni grado della sua gerarchia, in ogni Comunità e Istituto religioso, in ogni iniziativa spirituale, apostolica e di animazione sociale. Conto su di voi affinché il comune sforzo di fissare lo sguardo sul Cuore aperto di Cristo renda più sicuro e spedito il cammino verso la piena unità dei cristiani. Conto su di voi perché, grazie all’attenta valorizzazione dei piccoli e dei poveri, la Chiesa offra al mondo in modo incisivo l’annuncio e la sfida della civiltà dell’amore. Tutto questo mi piace vedere simboleggiato nella porpora di cui siete insigniti. Che essa sia veramente simbolo dell’ardente amore cristiano che traspare dalla vostra esistenza.

Affido questo auspicio alle mani materne della Vergine di Nazaret, dalla quale il Figlio di Dio prese il sangue che avrebbe poi versato sulla Croce come testimonianza suprema della sua carità. Nel mistero dell’Annunciazione, che ci apprestiamo a celebrare, ci viene rivelato che per opera dello Spirito Santo il Verbo divino si fece carne e venne ad abitare in mezzo a noi. Per intercessione di Maria, scenda abbondante sui nuovi Cardinali e su tutti noi l’effusione dello Spirito di verità e di carità affinché, sempre più pienamente conformi a Cristo, possiamo dedicarci instancabilmente all’edificazione della Chiesa e alla diffusione del Vangelo nel mondo. 

© Copyright 2006 - Libreria Editrice Vaticana 

lunedì 18 settembre 2017

Ode alla gambetta tesa, alla beata ingerenza...

Repubblica, 18.09.17
Buongiorno Amici!
Certo che siamo alle comiche. Probabilmente i posteri considereranno questo periodo storico come una vera barzelletta.
Fino al 28 febbraio 2013 il Vaticano, la Cei e soprattutto il Papa non potevano dire una sola parola senza essere accusati di ingerenza nella politica italiana.
Si sprecavano le gambe tese che, evidentemente, oggi hanno subito una sorta di amputazione (poverette...).
Non solo i giornaloni applaudono all'ingerenza ma addirittura la sollecitano anche quando sanno benissimo che certi provvedimenti rischiano di sollevare un vespaio nel Paese (e giustamente).
Almeno il Vaticano dia il buon esempio: ius soli per chi nasce nelle strutture ecclesiastiche e asilo politico per chiunque lo richieda.

Oh povera gambetta tesa,
oh beata ingerenza,
ora vivi nell'indigenza,
tu che per anni hai vissuto lieta,
sempre però pronta a riviver nel capanno 
se al prossimo giro le cose cambieranno...
R.

p.s. leggo ora del nuovo scoop sul caso Orlandi. Chissà che cosa sarebbe accaduto fra il 2005 e il 2013 di fronte a simili rivelazioni.
Sono d'accordo con Carmelina: probabilmente tutto ciò ha lo scopo di gettare ombre sui Pontificati dal 1978 al 2005. E' anche vero che è il Vaticano attuale a dovere rispondere e che sono coinvolte persone legate a doppio filo al nuovo corso. Penso ad una persona in particolare che ho visto particolarmente sorridente il 28 febbraio 2013. Scommetto che ora ha poca voglia di ridere...

mercoledì 13 settembre 2017

L'Eucaristia che salva dagli idoli nell'omelia di Benedetto XVI all'Esplanade des Invalides (Parigi, 13 settembre 2008)



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Il 13 settembre 2008, nove anni fa, in occasione del suo Viaggio Apostolico in Francia, Benedetto XVI celebrò una Messa rimasta nel cuore dei Francesi (e non solo) presso l'Esplanade des Invalides a Parigi. Il ricordo commosso di quell'evento si trova anche in "Ultime conversazioni". Nel pomeriggio dello stesso giorno il Papa si recò a Lourdes per la visita alla Grotta e per la processione "aux frambeaux" che abbiamo rivisto già stamattina :-)
Grazie ancora a Gemma.
Rileggiamo e riascoltiamo.

CELEBRAZIONE EUCARISTICA ALL'ESPLANADE DES INVALIDES 

OMELIA DEL SANTO PADRE BENEDETTO XVI

Parigi, sabato 13 settembre 2008  

Signor Cardinale Vingt-Trois,
Signori Cardinali e cari Fratelli nell’Episcopato,
fratelli e sorelle in Cristo,

Gesù Cristo ci raccoglie in questo mirabile luogo, nel cuore di Parigi, in questo giorno in cui la Chiesa universale festeggia san Giovanni Crisostomo, uno dei suoi più grandi Dottori, che, con la sua testimonianza di vita e il suo insegnamento, ha mostrato efficacemente ai cristiani la via da seguire. Saluto con gioia tutte le Autorità che mi hanno accolto in questo nobile città, in modo particolare il Cardinale André Vingt-Trois, che ringrazio per le gentili parole rivoltemi. Saluto anche tutti i Vescovi, i Sacerdoti, i Diaconi che mi circondano per la celebrazione del Sacrificio di Cristo. Ringrazio tutte le Personalità, in particolare il Signor Primo Ministro, che hanno voluto essere presenti qui stamane; le assicuro della mia preghiera fervente per il compimento della loro alta missione a servizio dei loro concittadini.

La prima Lettera di san Paolo, indirizzata ai Corinzi, ci fa scoprire, in quest’anno paolino, aperto il 28 giugno scorso, quanto i consigli dati dall’Apostolo restino attuali. “Fuggite l’idolatria” (1 Cor 10, 14), scrive ad una comunità molto segnata dal paganesimo e divisa tra l’adesione alla novità del Vangelo e l’osservanza delle antiche pratiche ereditate dagli avi. Fuggire gli idoli, questo allora voleva dire cessare di onorare le divinità dell’Olimpo, cessare di offrire loro sacrifici cruenti. Fuggire gli idoli, era mettersi alla scuola dei profeti dell’Antico Testamento, che denunciavano la tendenza dello spirito umano a forgiarsi delle false rappresentazioni di Dio. Come dice il Salmo 113 a proposito delle statue degli idoli, esse non sono che “argento e oro, opera delle mani dell’uomo. Hanno bocca e non parlano, hanno occhi e non vedono, hanno orecchi e non odono, hanno narici e non odorano” (vv. 4-5). A parte il popolo d’Israele che aveva ricevuto la rivelazione del Dio unico, il mondo antico era asservito al culto degli idoli. Molto presenti a Corinto, gli errori del paganesimo dovevano essere denunciati, perché costituivano una potente alienazione e distoglievano l’uomo dal suo vero destino. Essi gli impedivano di riconoscere che Cristo è il solo e vero Salvatore, il solo che indica all’uomo la strada verso Dio.

Questo invito a fuggire gli idoli resta valido anche oggi. Il mondo contemporaneo non si è forse creato i propri idoli? Non ha forse imitato, magari a sua insaputa, i pagani dell’antichità, distogliendo l’uomo dal suo vero fine, dalla felicità di vivere eternamente con Dio? 
È questa una domanda che ogni uomo, onesto con se stesso, non può non porsi. Che cosa è importante nella mia vita? Che cosa metto io al primo posto? La parola “idolo” deriva dal greco e significa “immagine”, “figura”, “rappresentazione”, ma anche “spettro”, “fantasma”, “vana apparenza”. 
L’idolo è un inganno, perché distoglie dalla realtà chi lo serve per confinarlo nel regno dell’apparenza. Ora, non è questa una tentazione propria della nostra epoca, che è la sola sulla quale noi possiamo agire efficacemente? 

Tentazione d’idolatrare un passato che non esiste più, dimenticandone le carenze;  tentazione d’idolatrare un futuro che non esiste ancora, credendo che l’uomo, con le sole sue forze, possa realizzare la felicità eterna sulla terra! 

San Paolo spiega ai Colossesi che la cupidigia insaziabile è una idolatria (cfr 3, 5), e ricorda al suo discepolo Timoteo che la brama del denaro è la radice di tutti i mali. Per essercisi abbandonati, precisa, “alcuni hanno deviato dalla fede e si sono da se stessi tormentati con molti dolori” (1 Tm 6, 10). Il denaro, la sete dell’avere, del potere e persino del sapere non hanno forse distolto l’uomo dal suo Fine vero dalla sua propria verità?

Cari fratelli e sorelle, la questione che ci pone la liturgia di questo giorno trova la risposta in questa stessa liturgia, che noi abbiamo ereditato dai nostri Padri nella fede, e in particolare da san Paolo stesso (cfr 1 Cor 11, 23). Nel suo commento a questo testo san Giovanni Crisostomo fa rilevare che san Paolo condanna severamente l’idolatria come una “colpa grave”, uno “scandalo”, una vera “peste” (Omelia 24 sulla Prima Lettera ai Corinzi, 1). Egli aggiunge immediatamente che questa condanna radicale dell’idolatria non è in alcun caso una condanna della persona dell’idolatra. Mai, nei nostri giudizi, dobbiamo confondere il peccato, che è inaccettabile, e il peccatore del quale non possiamo giudicare lo stato di coscienza e che, in ogni caso, è sempre suscettibile di conversione e di perdono. San Paolo si appella in questo alla ragione dei suoi lettori: “Parlo come a persone intelligenti; giudicate voi stessi quello che dico” (1 Cor 10, 15). Mai Dio domanda all’uomo di fare sacrificio della sua ragione! Mai la ragione entra in contraddizione reale con la fede! L’unico Dio – Padre, Figlio e Spirito Santo – ha creato la nostra ragione e ci dona la fede, proponendo alla nostra libertà di riceverla come un dono prezioso. È il culto degli idoli che distoglie l’uomo da questa prospettiva, e la ragione stessa può forgiarsi degli idoli. Domandiamo, dunque, a Dio che ci vede e ci ascolta di aiutarci a purificarci da tutti gli idoli, per accedere alla verità del nostro essere, per accedere alla verità del suo Essere infinito!

Come giungere a Dio? Come giungere a trovare o ritrovare Colui che l’uomo cerca nel più profondo di se stesso, pur dimenticandolo così sovente? San Paolo ci domanda di fare uso non solamente della nostra ragione, ma soprattutto della nostra fede per scoprirlo. Ora, che cosa ci dice la fede? Il pane che noi spezziamo è comunione al Corpo di Cristo; il calice di ringraziamento che noi benediciamo è comunione al Sangue di Cristo. Rivelazione straordinaria, che ci viene da Cristo e ci è trasmessa dagli Apostoli e da tutta la Chiesa da quasi duemila anni: Cristo ha istituito il sacramento dell’Eucaristia la sera del Giovedì Santo. 

Egli ha voluto che il suo sacrificio fosse nuovamente presentato, in modo incruento, ogni volta che un sacerdote ridice le parole della consacrazione sul pane e sul vino. Milioni di volte da venti secoli, nella più umile delle cappelle come nella più grandiosa delle basiliche o delle cattedrali, il Signore risorto si è donato al suo popolo, divenendo così, secondo la formula di sant’Agostino, “più intimo a noi che noi medesimi” (cfr Confess.  III, 6.11).

Fratelli e sorelle, circondiamo della più grande venerazione il sacramento del Corpo e del Sangue del Signore, il Santissimo Sacramento della presenza reale del Signore alla sua Chiesa e all’intera umanità. Non trascuriamo nulla per manifestarGli il nostro rispetto ed il nostro amore! DiamoGli i più grandi segni d’onore! Mediante le nostre parole, i nostri silenzi e i nostri gesti, non accettiamo mai che in noi ed intorno a noi si appanni la fede nel Cristo risorto, presente nell’Eucaristia. Come dice magnificamente lo stesso san Giovanni Crisostomo: “Passiamo in rassegna gli ineffabili benefici di Dio e tutti i beni di cui Egli ci fa gioire, quando noi gli offriamo questo calice, quando noi ci comunichiamo, ringraziandolo di aver liberato il genere umano dall’errore, di aver avvicinato a sé coloro che se ne erano allontanati, di aver fatto di disperati e di atei di questo mondo un popolo di fratelli, di coeredi del Figlio di Dio” (Omelia 24 sulla Prima Lettera ai Corinzi, 1). In effetti, egli prosegue, “ciò che è nel calice è precisamente ciò che è colato dal suo costato ed è a questo che noi partecipiamo” (ibid.). Non c’è soltanto partecipazione e condivisione, c’è anche “unione”, egli ci dice.

La Messa è il sacrificio d’azione di grazie per eccellenza, quello che ci permette d’unire la nostra azione di grazie a quella del Salvatore, il Figlio eterno del Padre. In se stessa la Messa ci invita anche a fuggire gli idoli, perché, è san Paolo ad insistervi, “non potete bere il calice del Signore ed il calice dei demoni” (1 Cor 10, 21). 

La Messa ci invita a discernere ciò che, in noi, obbedisce allo Spirito di Dio e ciò che, in noi, resta in ascolto dello spirito del male. Nella Messa noi non vogliamo appartenere che al Cristo e riprendiamo con gratitudine – con “azione di grazie” – il grido del Salmista: “Che cosa renderò al Signore per quanto mi ha dato” (Sal 116, 12). Sì, come rendere grazie al Signore per la vita che Egli mi ha donato? La risposta alla domanda del Salmista si trova nel Salmo stesso, perché la Parola di Dio risponde misericordiosamente essa stessa alle domande che pone. Come rendere grazie al Signore per tutto il bene che Egli ci fa, se non attenendoci alle stesse sue parole: “Alzerò il calice della salvezza e invocherò il nome del Signore” (Sal 116, 13)?

Alzare il calice della salvezza ed invocare il nome del Signore non è forse precisamente il mezzo migliore di “fuggire gli idoli”, come ci chiede san Paolo? Ogni volta che una Messa è celebrata, ogni volta che il Cristo si rende sacramentalmente presente nella sua Chiesa, è l’opera della nostra salvezza che si compie. Celebrare l’Eucaristia significa perciò riconoscere che Dio solo è in grado di donarci la felicità in pienezza, di insegnarci i veri valori, i valori eterni che non conosceranno mai tramonto. Dio è presente sull’altare, ma Egli è pure presente sull’altare del nostro cuore quando, comunicandoci, noi lo riceviamo nel Sacramento eucaristico. Lui solo ci insegna a fuggire gli idoli, miraggi del pensiero.

Ora, cari fratelli e sorelle, chi può elevare il calice della salvezza ed invocare il nome del Signore per conto dell’intero popolo di Dio, se non il sacerdote ordinato per questo scopo dal Vescovo? Qui, cari abitanti di Parigi e della regione parigina, ma anche voi tutti che siete venuti dall’intera Francia e da altri Paesi confinanti, permettetemi di lanciare un appello pieno di fiducia nella fede e nella generosità dei giovani, che si pongono la domanda sulla vocazione religiosa o sacerdotale: Non abbiate paura! Non abbiate paura di donare la vostra vita a Cristo! Niente rimpiazzerà mai il ministero dei sacerdoti nella vita della Chiesa. Niente rimpiazzerà mai una Messa per la salvezza del mondo! Cari giovani o meno giovani che mi ascoltate, non lasciate senza risposta la chiamata di Cristo. San Giovanni Crisostomo, nel suo Trattato sul sacerdozio, ha mostrato quanto la risposta dell’uomo possa essere lenta a venire, ma egli è l’esempio vivente dell’azione di Dio su una libertà umana che si lascia modellare dalla sua grazia.

Infine, se riprendiamo le parole che Cristo ci ha lasciato nel suo Vangelo, vedremo che Egli in persona ci ha insegnato a fuggire l’idolatria, invitandoci a costruire la nostra casa “sulla roccia” (Lc 6, 48). Chi è questa roccia, se non Lui stesso? I nostri pensieri, le nostre parole e le nostre azioni non acquistano la loro vera dimensione che se le riferiamo al messaggio del Vangelo: “La bocca parla dalla pienezza del cuore” (Lc 6, 45). Quando parliamo, cerchiamo noi il bene del nostro interlocutore? Quando pensiamo, cerchiamo di mettere il nostro pensiero in sintonia con il pensiero di Dio? Quando agiamo, cerchiamo di diffondere l’Amore che ci fa vivere? San Giovanni Crisostomo dice ancora: “Ora, se noi partecipiamo tutti del medesimo pane e se tutti diveniamo questa stessa sostanza, perché non mostriamo la medesima carità? Perché, per la stessa ragione, non diventiamo un unico tutt’uno? … O uomo, è il Cristo che è venuto a cercarti, a cercare te che eri così lontano da lui, per unirsi a te; e tu non ti vuoi unire al tuo fratello?” (Omelia 24 sulla Prima Lettera ai Corinti, 2).

La speranza resterà sempre la più forte! La Chiesa, costruita sulla roccia di Cristo, possiede le promesse della vita eterna non perché i suoi membri siano più santi degli altri uomini, ma perché Cristo ha fatto questa promessa a Pietro: “Tu sei Pietro, e su questa pietra edificherò la mia Chiesa e le porte degli inferi non prevarranno contro di essa”(Mt 16, 18). In questa speranza indefettibile nella presenza eterna di Dio in ciascuna delle nostre anime, in questa gioia di sapere che Cristo è con noi fino alla fine dei tempi, in questa forza che lo Spirito dona a tutti gli uomini e a tutte le donne che accettano di lasciarsi afferrare da Lui, io vi affido, cari cristiani di Parigi e di Francia all’azione potente e misericordiosa del Dio d’amore che è morto per noi sulla Croce e risorto vittoriosamente al mattino di Pasqua. A tutti gli uomini di buona volontà che mi ascoltano, io ridico con san Paolo: Fuggite il culto degli idoli, non smettete di fare il bene!

Che Dio nostro Padre vi attragga a sé e faccia brillare su di voi lo splendore della sua gloria! Che il Figlio unico di Dio, nostro Maestro e nostro Fratello, vi riveli la bellezza del suo volto di Risorto! Che lo Spirito Santo vi colmi dei suoi doni e vi dia la gioia di conoscere la pace e la luce della Santissima Trinità, ora e nei secoli dei secoli! Amen. 

© Copyright 2008 - Libreria Editrice Vaticana

Benedetto XVI: Lourdes è uno di quei luoghi che Dio ha scelto per farvi risplendere un raggio particolare della sua bellezza; da ciò l’importanza che acquista qui il simbolo della luce (YouTube)



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Cari amici,
il 13 settembre 2008, esattamente nove anni fa, Benedetto XVI, in occasione del suo Viaggio Apostolico in Francia, si recò a Lourdes dove presiedette la commovente e suggestiva processione "aux flambeaux" insieme a centinaia di migliaia di fedeli radunati nella grande spianata nonostante la pioggia. Tenne anche una bellissima omelia sul significato della luce e sulla scelta particolare di Lourdes come luogo delle apparizioni della Vergine. Grazie come sempre a Gemma :-)
Il testo integrale si trova qui.

In particolare:

"Guardiamo a nostra volta quella “Donna vestita di sole”(Ap 12,1) che ci descrive la Scrittura. La Santissima Vergine Maria, la Donna gloriosa dell’Apocalisse, porta sul suo capo una corona di dodici stelle, che rappresentano le dodici tribù d’Israele, l’intero popolo di Dio, tutta la comunione dei santi, e insieme, ai suoi piedi, la luna, immagine della morte e della mortalità. Maria ha lasciato la morte dietro di sé; è interamente rivestita di vita, quella del Figlio, del Cristo risorto. Ella è così il segno della vittoria dell’amore, del bene e di Dio, che dona al nostro mondo la speranza di cui ha bisogno. Questa sera volgiamo il nostro sguardo verso Maria, così gloriosa e così umana, e lasciamo che sia lei a condurci verso Dio, che è il vincitore.
Numerose persone ne hanno reso testimonianza: l’incontro col viso luminoso di Bernadette sconvolgeva i cuori e gli sguardi. Sia durante le apparizioni che quando le raccontava, il suo viso diveniva tutto raggiante. Bernadette era ormai abitata dalla luce di Massabielle. La vita quotidiana della famiglia Soubirous, tuttavia, era tuttavia intessuta di miseria e di tristezza, di malattia e di incomprensione, di rifiuto e di povertà. Pur non mancando amore e calore nelle relazioni familiari, era difficile vivere nel “cachot” (la “prigione”). Ma le ombre della terra non hanno impedito di brillare alla luce del cielo: “La luce splende nelle tenebre…”(Gv 1,5). 

Lourdes è uno di quei luoghi che Dio ha scelto per farvi risplendere un raggio particolare della sua bellezza; da ciò l’importanza che acquista qui il simbolo della luce. A partire dalla quarta apparizione Bernadette, arrivando alla grotta, accendeva ogni mattina un cero benedetto e lo teneva nella mano sinistra, fin che la Vergine le si mostrava. Ben presto, vi furono persone che affidarono a Bernadette un cero perché lo conficcasse nella terra in fondo alla grotta. In breve tempo, anche altre persone deposero ceri in quel luogo di luce e di pace. La stessa Madre di Dio fece sapere di gradire l’omaggio toccante di quelle migliaia di ceri, che da allora rischiarano senza interruzione, per dare gloria a lei, il masso roccioso dell’apparizione. Da quel giorno, davanti alla grotta, notte e giorno, tanto d’estate quanto d’inverno, brilla un roveto ardente incendiato dalle preghiere dei pellegrini e dei malati, che esprimono le loro preoccupazioni e i loro bisogni, ma soprattutto la loro fede e la loro speranza.

Venendo in pellegrinaggio qui, a Lourdes, noi vogliamo entrare, sulle orme di Bernadette, in quella straordinaria prossimità tra il cielo e la terra che non si è mai smentita e che non cessa di consolidarsi. Durante le apparizioni è da rilevare che Bernadette recita la corona sotto gli occhi di Maria, che si unisce a lei al momento della dossologia. Questo fatto conferma il carattere profondamente teocentrico della preghiera del Rosario. Quando recitiamo la corona, Maria ci offre il suo cuore e il suo sguardo per contemplare la vita del Figlio suo, Cristo Gesù. Il mio venerato Predecessore Giovanni Paolo II venne due volte qui, a Lourdes. Noi sappiamo quanto, nella sua vita e nel suo ministero, la preghiera si appoggiasse sull’intercessione della Vergine Maria. Come molti suoi Predecessori sulla Sede di Pietro, anch’egli incoraggiò vivamente la preghiera della corona; lo fece, tra l’altro, in un modo del tutto singolare, arricchendo il Rosario con la meditazione dei Misteri della Luce. Questi sono del resto rappresentati sulla facciata della Basilica nei nuovi mosaici, inaugurati l’anno scorso. Come per tutti gli avvenimenti della vita di Cristo che essa “serbava meditandoli nel suo cuore” (Lc 2,19), Maria ci fa comprendere tutte le tappe del ministero pubblico come parte integrante della rivelazione della Gloria di Dio. Possa Lourdes, terra di luce, restare una scuola per imparare a recitare il Rosario, che introduce i discepoli di Gesù, sotto gli occhi della Madre sua, in un dialogo autentico e cordiale con il suo Maestro!
Per bocca di Bernardetta noi sentiamo la Vergine Maria chiederci di venire qui in processione per pregare con semplicità e fervore. La processione “aux flambeaux” traduce ai nostri occhi di carne il mistero della preghiera: nella comunione della Chiesa, che unisce eletti del cielo e pellegrini della terra, la luce zampilla dal dialogo tra l’uomo e il suo Signore e una strada luminosa si apre nella storia degli uomini, compresi anche i momenti più bui. Questa processione è un momento di grande gioia ecclesiale, ma anche un tempo di riflessione austera: le intenzioni che portiamo con noi sottolineano la nostra profonda comunione con tutti gli esseri che soffrono. Pensiamo alle vittime innocenti che subiscono la violenza, la guerra, il terrorismo, la carestia, o che portano le conseguenze delle ingiustizie, dei flagelli e delle calamità, dell’odio e dell’oppressione, degli attentati alla loro dignità umana e ai loro diritti fondamentali, alla loro libertà d’azione e di pensiero. Pensiamo anche a coloro che vivono problemi familiari o che soffrono in conseguenza della disoccupazione, della malattia, dell’infermità, della solitudine, della loro situazione di immigrati. Non voglio inoltre dimenticare coloro che patiscono a causa del nome di Cristo e che muoiono per Lui.
Maria ci insegna a pregare, a fare della nostra preghiera un atto d’amore per Dio e di carità fraterna. Pregando con Maria, il nostro cuore accoglie coloro che soffrono. Come potrebbe la nostra vita non esserne, di conseguenza, trasformata? Perché il nostro essere e la nostra vita tutta intera non dovrebbero diventare luoghi di ospitalità per il nostro prossimo? Lourdes è un luogo di luce, perché è un luogo di comunione, di speranza e di conversione...".